Che cosa è il dolore oncologico e come si cura

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    (Foto: Towfiqu barbhuiya su Unsplash)

    In collaborazione con Istituto Gentili

    Il dolore è un compagno davvero scomodo per i malati oncologici: circa il 50% dei pazienti prova dolore ogni giorno e la maggioranza di questi ha anche episodi di dolore acuto (breakthrough cancer pain), crisi di dolore improvvise e molto violente che possono insorgere anche se la terapia antalgica di base funziona. Non solo. Nel 40% dei casi, la diagnosi di tumore arriva proprio perché si cerca una ragione per un dolore; e nel 30% dei casi, la sintomatologia dolorosa non sparisce neanche quando il paziente è guarito.

    Il dolore oncologico è una forma specifica di dolore cronico: può essere causato direttamente dalla crescita della malattia, dalle metastasi o, in alcuni casi, dagli stessi trattamenti oncologici. Come tutti i tipi di dolore cronico è “caratterizzato da tre componenti: una biologica, che è rappresentata dal dolore fisico vero e proprio, una componente psico-emozionale, legata ad ansia, depressione, insonnia e ad altre alterazioni del tono dell’umore, e una componente sociale, data dalle limitazioni dello stato funzionale e degli atti quotidiani della vita, con conseguenze in tutti gli ambiti, da quelli lavorativi a quelli relazionali e affettivi”, spiega Arturo Cuomo, direttore S.C. Anestesia, rianimazione e terapia antalgica, Istituto Nazionale Tumori – IRCCS Fondazione Pascale di Napoli.

    Gli episodi acuti

    Una delle caratteristiche distintive del dolore oncologico è la sua variabilità nel corso della giornata. “Il dolore correlato alla malattia oncologica, sia primitiva sia metastatica, è per definizione un dolore duplice”, spiega Cuomo. “È cronico, ma in circa il 70% dei pazienti si manifesta anche con delle riacutizzazioni. Si tratta di picchi di dolore, in genere da uno a quattro nel corso della giornata, che insorgono rapidamente, raggiungono il massimo di intensità in circa dieci minuti e si risolvono nell’arco di un’ora o poco più”.

    Proprio per la sua rapidità di comparsa, il dolore episodico acuto richiede un trattamento specifico. “Deve essere trattato con una terapia ad hoc a base di fentanyl somministrato per via mucosale, in grado di agire rapidamente e con un’emivita molto breve, la cui attività si esaurisce in un paio di ore”, spiega Cuomo.

    Quando è necessario intervenire con la terapia del dolore

    Un luogo comune molto diffuso è che il dolore oncologico compaia soltanto nelle fasi avanzate della malattia. In realtà non è così. Il dolore può presentarsi in qualunque momento del percorso di cura, anche nelle fasi iniziali. E per questo andrebbe gestito fin dal suo esordio, seguendo un approccio di cure simultanee, cioè interventi di supporto che accompagnano i trattamenti antitumorali. “Il vantaggio per il paziente è certamente una migliore qualità di vita, ma anche una migliore aderenza alle terapie”, sottolinea Cuomo. Ridurre il dolore, infatti, consente ai pazienti di affrontare più efficacemente le cure oncologiche e di tollerarle meglio. La terapia del dolore deve essere ritenuta a tutti gli effetti una terapia adiuvante alla cura del tumore.

    Il ruolo degli oppioidi nel dolore oncologico

    Tra i farmaci utilizzati per controllare il dolore oncologico, gli oppioidi occupano un posto centrale. “Nel paziente oncologico gli oppioidi rappresentano la cura principale del dolore cronico moderato-severo. Non ci sono alternative”, spiega Cuomo. La decisione di iniziare questa terapia si basa su strumenti molto semplici utilizzati nella pratica clinica, come le scale di valutazione del dolore. “È possibile iniziare la terapia con oppioidi quando il valore del dolore è uguale o superiore a quattro”, spiega lo specialista.

    Pregiudizi e paure legati agli oppioidi

    Sebbene in Italia la legge 38 del 2010 riconosca il diritto alla cura del dolore, gli oppioidi sono ancora circondati da molti timori e fraintendimenti, sia tra i pazienti sia tra alcuni operatori sanitari. La loro efficacia è chiara, ma si teme per gli effetti collaterali che sono in realtà gestibili o transitori. “Nausea e vomito tendono a passare dopo circa una settimana, così come la stipsi”, spiega Cuomo. “Altri sintomi come stanchezza o allucinazioni sono invece spesso legati a dosaggi troppo elevati”.

    Il rischio di sviluppare dipendenza è invece molto minore nei pazienti oncologici rispetto a una persona sana, come dimostrano gli studi clinici. A limitare la possibilità di abuso esistono oggi dispositivi dotati di un sistema elettronico di sicurezza e controllo della dose integrato direttamente negli spray nasali a base di fentanyl.

    In ogni caso la prescrizione deve avvenire dopo un’attenta valutazione della storia del paziente, per valutare episodi di dipendenza pregressi che potrebbero sconsigliare l’uso di oppioidi. Per questo oggi si parla di “prescrizione responsabile”. Come conclude lo specialista, “non si parla più di prescrizione appropriata degli oppioidi, ma di prescrizione responsabile: al paziente giusto, al momento giusto, nel modo giusto”.

    Credits immagine di copertina: Towfiqu barbhuiya su Unsplash