HomeSaluteGiornata mondiale dell’Alzheimer, la ricerca accelera ma gli studi clinici cercano volontari

Giornata mondiale dell’Alzheimer, la ricerca accelera ma gli studi clinici cercano volontari

Il 21 settembre torna la Giornata mondiale dell’Alzheimer, appuntamento internazionale dedicato alla sensibilizzazione sulla malattia e, più in generale, sulle demenze. La ricorrenza si inserisce nel World Alzheimer’s Month, che si svolge ogni settembre dal 2012. Come ogni anno, Alzheimer’s Disease International (ADI) accompagna la giornata con la pubblicazione del World Alzheimer Report: l’edizione 2026 è dedicata alla ricerca clinica e alla necessità di coinvolgere un numero molto più ampio di persone negli studi.

Il quadro che emerge è quello di una ricerca arrivata a un passaggio particolarmente delicato. Secondo ADI, sono attualmente 158 farmaci in 192 studi clinici nel mondo. L’organizzazione definisce questa fase una nuova era per la ricerca sulle demenze, sottolineando però che i progressi potranno tradursi in nuove terapie soltanto se gli studi riusciranno a trovare e coinvolgere le persone necessarie.

Nuovi farmaci contro l’Alzheimer

La difficoltà non riguarda soltanto la scoperta di nuove molecole. Un farmaco sperimentale deve essere testato attraverso studi clinici rigorosi, che richiedono persone disponibili a partecipare e che rispettino criteri di selezione spesso molto specifici. Secondo i dati contenuti nel rapporto 2026 presentato da Alzheimer Italia, per sostenere gli studi attualmente attivi sarebbero necessari circa 55 mila partecipanti, ma il numero delle persone da coinvolgere nel processo di selezione sarebbe molto più alto, fino a circa 350 mila. La conseguenza è un possibile rallentamento della ricerca proprio nel momento in cui la pipeline terapeutica si sta ampliando.

Il problema è particolarmente rilevante perché molti dei trattamenti oggi allo studio puntano a intervenire nelle fasi iniziali della malattia. Arrivare tardi alla diagnosi significa quindi non soltanto ritardare l’accesso all’assistenza, ma anche restringere la possibilità di individuare persone potenzialmente eleggibili per alcuni studi. La diagnosi rimane infatti una delle grandi criticità della risposta mondiale alla demenza. L’Alzheimer’s Disease Atlas pubblicato da ADI nel 2026 stima che il 75% delle persone che vivono con demenza non abbia una diagnosi formale.

È un problema che non riguarda soltanto la ricerca. Una diagnosi tempestiva può permettere di accedere più rapidamente a informazioni, servizi e forme di sostegno, di programmare il futuro e, quando disponibili e appropriate, di valutare terapie farmacologiche e non farmacologiche.

«Prima lo sai, di più puoi fare»

È proprio sulla diagnosi che si concentra la campagna 2026 di ADI, “The Earlier You Know, The More You Can Do: A Dementia Diagnosis Matters”, alla quale aderisce anche Alzheimer Italia. L’obiettivo è contrastare il silenzio e lo stigma che ancora circondano il declino cognitivo e invitare le persone a non ignorare cambiamenti persistenti nella memoria, nel linguaggio, nell’orientamento o nel comportamento.

Tra i dieci segnali indicati da ADI figurano la perdita di memoria, le difficoltà nello svolgimento di attività abituali, i problemi di linguaggio, il disorientamento temporale e spaziale, la riduzione della capacità di giudizio, la difficoltà nel tenere traccia delle cose, il ritrovamento di oggetti in luoghi insoliti, i cambiamenti dell’umore e del comportamento, le difficoltà nella comprensione delle informazioni visive e spaziali e il ritiro dalle attività lavorative o sociali. La presenza di uno o più segnali, tuttavia, non equivale a una diagnosi e deve essere valutata da un professionista sanitario.

Fino al 45% del rischio è legato a fattori modificabili

Sul fronte della prevenzione, il 2026 porta un’altra novità importante. A luglio l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha pubblicato la seconda edizione delle linee guida sulla riduzione del rischio di declino cognitivo e demenza, aggiornando le raccomandazioni del 2019. Secondo l’OMS, fino al 45% del rischio di demenza può essere associato a fattori modificabili. Tra questi figurano il fumo, il consumo dannoso di alcol, l’inattività fisica, l’isolamento sociale, l’inquinamento atmosferico e alcune condizioni croniche, tra cui ipertensione e diabete.

“Le evidenze scientifiche contengono un messaggio di speranza: non è mai troppo presto e non è mai troppo tardi per agire, come singoli e come società – afferma la presidente di Alzheimer Italia Katia Pinto – È importante però sottolineare che parliamo di riduzione del rischio e non di prevenzione garantita. La demenza resta una condizione complessa su cui incidono molti fattori e chi la sviluppa non deve sentirsi in colpa né giudicato. Perché ciascuno possa davvero prendersi cura della salute del proprio cervello, inoltre, servono adeguate politiche pubbliche, che garantiscano a tutti i cittadini ambienti di vita sani, aria pulita, spazi per il movimento e la socialità e servizi accessibili”.

Il nuovo Piano Nazionale Demenze

La Giornata mondiale dell’Alzheimer diventa anche un’occasione per guardare alla situazione italiana. Per Alzheimer Italia, la questione centrale è la continuità della presa in carico. “I fondi a termine, utilizzati finora, non sono in grado di rispondere a un bisogno continuativo: chi riceve oggi una diagnosi avrà bisogno di servizi per i dieci o quindici anni successivi, non per i trentasei mesi di durata di un progetto – afferma Mario Possenti, segretario generale di Alzheimer Italia, che interverrà al convegno “Le prospettive di sanità pubblica per le persone con demenza: verso il nuovo Piano Nazionale Demenze”, organizzato presso il Ministero della Salute in occasione della Giornata mondiale. – Questo è il punto di partenza fondamentale per poter garantire una presa in carico tempestiva e globale: i passi avanti nella ricerca e la diagnosi precoce non servono se le persone poi vengono abbandonate a loro stesse”. È una questione destinata ad assumere un peso crescente con l’aumento previsto del numero di persone interessate dalla malattia. Si stima che oggi in Italia siano oltre 1,43 milioni le persone con demenza, con una proiezione di circa 2,2 milioni entro il 2050.

Foto di Michelen Studios su Unsplash

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