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Hiv in Italia, 15 mila persone non sanno di averlo

Promuovere l’accesso agli screening, favorire l’aderenza terapeutica e investire in prevenzione, sfruttando gli strumenti oggi a disposizione, ma in maniera coordinata, possibilmente centralizzata a livello nazionale, con un investimento che non sia solo finanziario ma anche culturale. Sono queste le direzioni tracciate dagli esperti, clinici, istituzioni e rappresentanti dell’industria farmaceutica, che ieri a Roma hanno illustrato il report “Cambiare la traiettoria dell’HIV in Italia: prevenzione, equità e innovazione per un SSN sostenibile”. Un’analisi a più livelli, che partendo dall’impatto dell’Hiv oggi in Italia e dalle criticità negli attuali sistemi di gestione dell’infezione, indica le possibili strategie per rinnovare la lotta al virus. 

L’Hiv in Italia: 15 mila persone non sanno di averlo

Oggi esistono strumenti che possano permetterci di controllare l’Hiv su più fronti, hanno ricordato gli esperti, i numeri e i dati epidemiologici ci dicono che non li sfruttiamo appieno. Gli ultimi parlano di 2379 nuove diagnosi l’anno (riferiti al 2024), di cui una buona parte avvenuti in una fase tardiva, ovvero quando la conta dei linfociti CD4 (il bersaglio del virus dell’Hiv) scende sotto una determinata quota (a identificare la progressione dell’infezione). Un trend, quello delle diagnosi tardive, che si osserva ormai da tempo, e che desta preoccupazione tanto per la salute della persona infettata che per i potenziali rischi di contagio, ha ricordato Massimo Andreoni, professore emerito di Malattie Infettive dell’Università Tor Vergata di Roma e membro del Consiglio Superiore di Sanità: “Se una persona scopre tardi di avere un’infezione quando ha meno di 350 CD4 (350 cellule CD4per microlitro di sangue, nda) ha un’aspettativa di vita di circa 16 anni inferiore rispetto alla pari età di una persona non HIV infetta e svilupperà molte più comorbilità, come neoplasie, diabete, malattie cardiovascolari”. Questo non solo implica un costo di salute (e di gestione sanitaria) maggiore, ma aumenta anche il rischio di diffusione dell’infezione, prosegue Andreoni: “Una persona che non sa di avere l’infezione, e che ce l’ha da molti anni rischia di trasmettere l’infezione a diverse persone: e questo è un problema non del singolo o dei singoli, ma di tutta la comunità”. Delle 150 mila persone che oggi in Italia convivono con l’Hiv, 15 mila circa oggi non sanno di essere infette, ricorda Andreoni.

Investire negli screening 

La prima raccomandazione per cambiare rotta dunque, concordano gli esperti – in assonanza al report Altering the Trajectory of HIV in Europe del The Office of Health Economics con sguardo all’analoga situazione europea – è quella di investire sugli screening per far emergere la quota di infezioni ancora sconosciute, e indirizzare le persone ai trattamenti, con un’offerta attiva e diversificata dei test. Si legge infatti nel report, come una delle priorità sia: “Ampliare e diversificare l’offerta di testing, integrando modalità rapide, community-based e opportunistiche con attenzione specifica alle popolazioni più vulnerabili e meno raggiunte dai percorsi assistenziali tradizionali”. Senza dimenticare che per convincere le persone a sottoporsi agli screening è necessario investire in attività di sensibilizzazione e prevenzione, ha aggiunto Stefano Vella, professore aggregato di Salute Globale, Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e di Metodologia della Ricerca Clinica, Università degli Studi di Roma Tor Vergata: “Una parte del sommerso esiste anche perché non se ne parla più e molte persone con Hiv non ne sono coscienti perché non si sono resi conto di aver avuto comportamenti a rischio, magari molti tempo fa. In questo caso parliamo di carenze che sono fondamentalmente informative e non riguardano i giovani: chi si prende questo virus, oggi tende ad avere un’età avanzata”. L’età mediana alla diagnosi è di 41 anni. “Il numero di infezioni che si registra oggi in Italia non è un numero straordinario in sé, ma dobbiamo ricordare che sono tutte infezioni prevenibili”, ha aggiunto Vella. 

Prevenire l’Hiv: le opzioni a disposizione

Trattare le persone Hiv-positive riduce il rischio di diffusione del virus, perché la terapia antiretrovirale (assunta con continuità) può abbatterne la carica fino a renderlo non rivelabile. Ma prevenire le nuove infezioni significa anche potenziare tutte le opzioni di prevenzione oggi disponibili, con la profilassi pre-esposizione: “Oggi abbiamo diverse armi per fare tutto questo: il profilattico rimane la misura migliore in assoluto, abbiamo dei farmaci (destinati a persone Hiv-negative, nda) che sono delle compresse da prendere a ridosso del comportamento a rischio e poi subito dopo. Ora c’è anche una nuova strategia terapeutica, a lunga durata d’azione, con una terapia per somministrazione intramuscolare che può essere fatta ogni due mesi e che dà una protezione assoluta nei confronti dell’infezione, e con un’altra terapia che prevede una somministrazione ogni sei mesi”, ricorda Andreoni. La prevenzione farmacologica per la PrEP (profilassi pre-esposizione) conta dunque oggi in Italia diverse opzioni: l’associazione tenofovir disoproxil e emtricitabina (orale, per somministrazione continuativa o on demand), cabotegravir e lenacapavir (una somministrato per via intramuscolare e l’altro per via sottocutanea), per le opzioni long acting, che richiedono un minor controllo da parte della persona e favoriscono l’aderenza (e la protezione dalle infezioni). La prevenzione farmacologica può avvenire anche post-esposizione (profilassi post-esposizione, Pep, con combinazione di più farmaci), in casi di emergenza ed è legata a quanto rapidamente si inizia il trattamento dopo un’esposizione a rischio (non solo sessuale). 

“In termini di profilassi pre-esposizione con una protezione della durata di mesi ci stiamo avvicinando a un sistema di controllo dell’infezione che ricorda, seppur con modalità diverse, quello di un vaccino”, continua Andreoni. “Il problema è piuttosto organizzativo, dal momento che queste terapie hanno bisogno di essere somministrate in ospedali o centri dedicati”.

La prevenzione come strumento per abbattere i costi

Il punto infatti, ha sottolineato anche Anna Ponzianelli, Director Public Affairs e Health Policy Head di Cencora, che ha curato il report, non è la mancanza di strumenti per la diagnosi precoce o la prevenzione, quanto il fatto che potremmo fare tutto questo meglio di quanto facciamo oggi. Analogo discorso per la presa in carico dei pazienti e l’aderenza alle terapie disponibili. Con costi sanitari, oltre quelli di salute, in buona parte evitabili. “Una persona con Hiv ha un costo medio di circa 10 mila euro l’anno, e in tutta la sua vita il costo medio di gestione può arrivare a circa 220 mila euro. Nel 2030 – ha proseguito – potremmo arrivare a spendere due miliardi di euro l’anno. Con politiche a sostegno della diagnosi precoce e della prevenzione, potremmo arrivare a risparmiare 1,4 miliardi di euro”. Politiche che, auguratamente, dovrebbero estendersi in maniera omogenea su tutto il territorio nazionale anche promuovendo l’implementazione equa e uniforme della PrEP. Al contrario invece oggi, anche proprio su questo fronte, si osservano forti discrepanze regionali. 

Lo dimostra, per esempio, il dato sull’accesso alla PrEP (rimborsabile dal 2023, a categorie considerate a rischio, su valutazione di infettivologi), con il 75% degli utilizzatori – circa 16 mila nel 2024 – concentrati in Lombardia, Lazio ed Emilia Romagna. Le stesse regioni, così come la Sicilia, citate da Ponzianelli come esempi di quelle che sono state in grado di mettere in atto dei Pdta, con modelli organizzativi, di diagnosi precoce, presa in carico e aderenza, in grado di gestire l’Hiv su più fronti. “Bisognerebbe attuare simili modelli anche altrove”. 

Servono coordinamento nazionale e investimenti culturali

Una strategia, ha aggiunto l’onorevole Gian Antonio Girelli della XII Commissione Affari Sociali, Camera dei Deputati e Intergruppo Parlamentare sulle Epatiti Virali e Malattie del Fegato, potrebbe essere quella di fissare degli obiettivi nazionali, a cui le regioni, conoscendo le peculiarità dei loro territori, possano adeguarsi, immaginando anche uno Stato che, di fronte a regioni inadempienti, possa intervenire. Per questo, tra le priorità sottolineate dal report, in cima a tutto, si legge, come sia importante: “Rafforzare la governance nazionale del percorso paziente lungo il continuum of care, assicurando che il PNA HIV-EPIST (Piano Nazionale di interventi contro HIV ed AIDS – Epidemiologia e Sorveglianza, nda) si traduca in obiettivi vincolanti e verificabili a livello regionale, con meccanismi strutturati di monitoraggio e responsabilizzazione degli attori locali”. Ma ancor prima, aggiunge Girelli: “Serve una grande sinergia tra scienza, politica e società per poter rendere accessibili tutti gli strumenti disponibili, ma servono anche investimenti sul piano educativo e culturale, per superare lo stigma che ancora sotto sotto rimane quando si parla di una malattia sessualmente trasmissibile, credendo che riguardi solo alcune categorie – ha detto – abbiamo una scarsa predisposizione a fare il test, e una scarsa propensione a sentirci responsabili verso noi stessi e la comunità in cui viviamo: la vera domanda che dovremmo porci non è quante infezioni scopriamo ogni anno, ma quante non ne scopriamo”. 

“La prevenzione è una partita in cui tutti vincono”

Fabio Vecchio, Market Access, Governamental Affairs and Communications Director, ViiV Healthcare, ha sottolineato infine l’importanza di considerare le diverse dimensioni del problema Hiv – epidemiologiche, economiche e organizzative – come fatto dal report: “Questo ci aiuta a fotografare meglio cosa significhi arrivare tardi alla diagnosi e al tempo stesso cosa invece possa significare avere continuità di cura – ha detto – Abbiamo capito che anticipare una diagnosi o prevenire un’infezione può avere un impatto rilevante perché genera valore nel tempo. Nessuno singolarmente può cambiare la traiettoria dell’Hiv: il report è uno strumento che può aiutarci a creare la base per un dialogo tra tutti gli attori del sistema. La prevenzione è una partita in cui possiamo vincere tutti: l’industria da un lato, che deve continuare a innovare, la comunità scientifica che amplia gli strumenti che può avere a disposizione per contrastare le nuove infezioni ma anche le istituzioni, che nel tempo possono generare valore e risparmiare risorse”. 

Galileo è media partner dell’evento “HIV in Italia: costi e sfide per il SSN. È possibile cambiare la traiettoria?”

Credits immagine: Amal Thushara Gunawardhana Manage da Pixabay

 

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