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Come immaginiamo la scienza

di
Tullia Costa

Paola BorgnaImmagini pubbliche della scienzaEdizioni di Comunità, 2001pp.179, euro 14,46Se pensano a uno scienziato si immaginano un medico con tanto di camice bianco e stetoscopio al collo, mentre l’unico oggetto tecnologico a cui gli italiani non rinuncerebbero mai è il frigorifero di casa. L’indagine svolta da Paola Borgna nel 2000, pubblicata nel libro “Immagini pubbliche della scienza”, non lascia dubbi: per l’ “italiano medio” la medicina è la disciplina a cui devono essere riconosciuti i meriti più alti. Quella che con i suoi progressi ha permesso di migliorare le nostre aspettative di vita e su cui andrebbero concentrati i finanziamenti pubblici e gli sforzi dei ricercatori. I ritrovati tecnologici a cui gli italiani sono più affezionati sono invece gli elettrodomestici che hanno reso la nostra vita quotidiana più semplice e agiata, frigorifero e lavatrice in primis. Questi risultati, ottenuti sottoponendo un questionario a un campione rappresentativo della popolazione italiana composto da mille persone, potrebbero risultare apparentemente semplici e forse un po’ scontati. In realtà il libro scritto dalla docente di sociologia all’Università di Torino è sicuramente interessante sia per le conclusioni a cui arriva, sia per il contesto socio – culturale in cui si inserisce questo tipo di ricerche. Perché occuparsi delle immagini che gli italiani hanno della scienza e della tecnologia? Sicuramente una prima risposta è che tali rappresentazioni popolari sono in grado di influenzare gli atteggiamenti delle persone, di incanalare le loro paure e aspettative e, non da ultimo, di orientare il consumo di oggetti tecnologici. Se per esempio si considera che per la maggior parte degli intervistati il ruolo della ricerca scientifica dovrebbe essere quello di risolvere problemi sanitari e di sconfiggere le malattie, risulta abbastanza chiaro perché la medicina sia considerata il settore che più di ogni altro debba essere finanziato con il denaro pubblico. Altro dato interessante è l’atteggiamento verso le biotecnologie. In perfetto accordo con gli altri cittadini europei, gli italiani fanno una netta distinzione tra le tecniche applicate al campo biomedico, a cui si dichiarano favorevoli, e quelle destinate al settore agroalimentare a cui invece si oppongono in maniera compatta a prescindere dall’età, dal sesso e dal grado di istruzione. In particolare quest’ultimo non sembra essere in grado di influenzare le opinioni in maniera decisiva. Aspetto che è in netta contrapposizione con il classico “deficit model”, secondo cui la mancanza di istruzione e l’esposizione a un tipo di informazione distorta dai mezzi di comunicazione porterebbe a un atteggiamento di diffidenza e rifiuto verso la scienza e la tecnologia. Partendo da questo presupposto, i governi dei maggiori paesi industrializzati hanno investito negli scorsi anni (e investono tuttora) ingenti somme di denaro per valutare il grado di alfabetizzazione scientifica della popolazione e per far sì che questa aumenti, nella convinzione che una conoscenza diffusa dei fatti scientifici sia sinonimo di maggiore accettazione della ricerca e dei suoi prodotti tecnologici. Secondo questo modello i media giocherebbero un ruolo fondamentale in quanto avrebbero il compito di divulgare, o meglio tradurre il linguaggio specialistico della scienza in modo che anche i concetti più difficili possano essere compresi da tutti. Un po’ come una pallottola d’argento sparata dall’universo esclusivo della scienza, verso un gruppo di uditori che passivamente assorbono le notizie che arrivano dai media. Oggi questo modello sembra superato. Sotto al termine generico “pubblico” si raccolgono molteplici identità, tutte diverse tra loro e che in vario modo interagiscono con il mondo della scienza. La nascita, i campi di studio e le varie correnti di opinione che attraversano la storia del Public Understandig of Science, vengono raccontate da Borgna nella prima parte del libro assieme a una breve carrellata sull’evoluzione delle teorie della sociologia della scienza. Alla fine del suo excursus l’autrice sottolinea quella che a suo avviso è una grave mancanza nell’ambito dei science studies. Il pubblico e in particolare il suo rapporto con la scienza sarebbe stato messo in secondo piano sia dagli epistemologi che dai sociologi, maggiormente impegnati a studiare i processi di costruzione delle teorie scientifiche. Una lacuna che, secondo l’autrice, andrebbe colmata. Soprattutto se si è convinti che la costruzione dei fatti scientifici sia un processo collettivo e che l’opinione pubblica sia uno degli attori principali quando si tratta di prendere delle decisioni che riguardano la politica della scienza.

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