Le piastrine del sangue non servono solo a riparare le pareti dei vasi sanguigni danneggiati. Hanno anche il compito di bloccare le cellule immunitarie dell’organismo nel luogo colpito dai virus dell’epatite B e C, scatenando così i tipici sintomi di nausea, inappetenza e ittero. A rivelarlo è uno studio dell’Istituto Scientifico Universitario San Raffaele, condotto sui topi e realizzato in collaborazione con lo Scripps Research Institute di La Jolla in California, la University of California e il Cedars-Sinai Medical Center di Los Angeles, pubblicato su Nature Medicine. Non sono i virus ad attaccare direttamente il fegato e le sue cellule. A danneggiare l’organo sono in realtà i linfociti citotossici, particolari cellule immunitarie che normalmente circolano nel sangue e hanno il compito di uccidere le cellule infettate dai patogeni. L’attacco del sistema immunitario provoca i sintomi della malattia. I ricercatori hanno scoperto che sono le piastrine, in caso di infezione, a incastrare i linfociti: una volta bloccati nell’area colpita dall’infezione, questi attaccano i virus e provocano i danni epatici. “Se si potesse ridurre questa funzione delle piastrine”, spiega Luca Guidotti, responsabile dell’Unità di Immunopatogenesi delle Infezioni del Fegato dell’Istituto Scientifico Universitario San Raffaele, “si potrebbe di conseguenza ridurre il numero di linfociti citotossici che attaccano le cellule infettate e attenuare i sintomi della malattia. È necessario però trovare la strada per poter agire sulle piastrine senza ridurne il numero o danneggiarle, perché sono lo strumento con cui il nostro corpo blocca le emorragie”. Prima di un’applicazione clinica della scoperta si dovranno attendere almeno altri cinque anni. (a.c.)





