Il secondo principio della termodinamica sancisce che l’entropia di un sistema chiuso, il suo “disordine”, non può far altro che aumentare. Una conseguenza di questo principio è che il tempo scorre sempre e inesorabilmente verso una direzione, da quello che chiamiamo passato a quello che chiamiamo futuro. Ulteriore corollario, che ci riguarda ancora più da vicino, è il fatto che l’invecchiamento è un processo altrettanto unidirezionale. La ricerca scientifica, fortunatamente, sta provando a fare qualcosa in proposito: uno studio appena pubblicato su Nature racconta di un trial clinico recentemente concluso che ha coinvolto una persona le cui cellule del nervo ottico sono state parzialmente riprogrammate e “ringiovanite” per invertire la rotta del glaucoma, una malattia che colpisce gli occhi, tipica dell’invecchiamento.
Come ripristinare l’informazione epigenetica
Le fondamenta di questo campo di ricerca sono relativamente attuali e sono state gettate nel 2020, quando uno studio condotto da ricercatori della Harvard Medical School ha dimostrato, su topi, che è possibile riprogrammare in vivo le cellule del nervo ottico, restituendo loro dei pattern di metilazione del dna (le modifiche chimiche che regolano l’espressione genica) tipici della giovinezza. I ricercatori hanno usato tre dei quattro “fattori di Yamanaka”, specifici geni in grado di far regredire una cellula matura a uno stato staminale, impiegando in particolare Oct4, Sox2 e Klf4 ed escludendo Myc perché noto oncogene. Inserendo questi geni nelle cellule gangliari tramite un vettore virale, l’équipe ha osservato una promozione della rigenerazione degli assoni e un ripristino della vista in modelli murini affetti da glaucoma e in topi anziani.
Il primo test sull’essere umano
Sulla base di questi risultati preclinici, l’azienda biotecnologica Life Biosciences ha recentemente avviato un trial clinico umano, trattando il primo partecipante il 9 giugno scorso. L’obiettivo della sperimentazione è valutare in primis la sicurezza dell’attivazione dei tre geni succitati per trattare il glaucoma e, in una fase successiva, per trattare un’altra malattia grave, la neuropatia ottica ischemica anteriore non arteritica (Naion). Per mitigare i rischi, il sistema di terapia genica è stato ingegnerizzato con un “interruttore di sicurezza”: i tre geni inseriti nelle cellule retiniche si attivano solo quando il paziente assume un comune antibiotico, la doxicilina, e sospendendo il farmaco l’attività genica si interrompe. “È una strategia che ci dà grande controllo sulla terapia”, ha spiegato Sharon Rosenzweig-Lipson, chief scientific officer dell’azienda, “e che garantisce la possibilità di accendere e spegnere i geni senza lasciare attiva l’espressione più del necessario”.
I rischi oncologici e la scelta dell’occhio
La ragione di tanta prudenza sta nel fatto che il confine metodologico su cui si muove questa tecnica è abbastanza scivoloso: la “riprogrammazione parziale” deve riuscire a ripristinare le caratteristiche giovanili senza spingere le cellule troppo indietro nel tempo, per evitare che perdano del tutto la loro identità specializzata. Ricerche precedenti avevano già mostrato, tra l’altro, che l’espressione continua dei fattori di riprogrammazione nei topi poteva rivelarsi fatale in pochi giorni o indurre lo sviluppo di teratomi, una forma di tumore. Proprio per via di queste criticità, l’occhio rappresenta il banco di prova ideale per la sperimentazione, perché le probabilità che si verifichino effetti collaterali fatali sono molto inferiori rispetto a interventi analoghi effettuati su altri organi corporei.
Curare la vista, non rincorrere l’immortalità
Nonostante il fascino narrativo dell’“elisir dell’eterna giovinezza”, la comunità scientifica predica cautela, limitando le applicazioni cliniche al trattamento di patologie specifiche piuttosto che all’estensione della longevità sistemica. “Stiamo procedendo una malattia alla volta”, chiarisce Rosenzweig-Lipson. “Non stiamo guardando, in questo momento, al ringiovanimento di tutto l’organismo. Magari un giorno ci arriveremo, ma quel giorno non è oggi”. A fare eco a questa necessità di pragmatismo anche Pete Williams, neurobiologo traslazionale al Centre for Eye Research Australia, non coinvolto nello studio: “Sono contento che stiano emergendo nuove strategie per il trattamento dei danni al nervo ottico, un campo spesso sottofinanziato”, ha dichiarato a Nature commentando la ricerca appena pubblicata. “Ma bisogna fare attenzione a lavori come questo e alla loro eco mediatica. Se qualcosa dovesse andare storto con queste ricerche, sarebbe un disastro per il futuro”.





