Vengono caricati con i farmaci. E poi spediti a destinazione attraverso il loro percorso naturale nel circolo sanguigno. Così un gruppo tutto italiano di ricercatori ha trasformato i globuli rossi in pillole capaci di portare i medicinali direttamente nei vari organi attraversando i capillari più sottili e di rilasciarli in maniera graduale e controllata. In questo modo si evitano le somministrazioni frequenti e in dosi massicce. Dalla teoria alla pratica: otto ragazzi, malati di fibrosi cistica, una grave patologia di origine genetica, stanno beneficiando dell’applicazione di questa ricerca, conducendo così una vita migliore. La sperimentazione clinica si svolge presso l’ospedale Bambin Gesù di Roma, sotto la direzione di Massimo Castro, responsabile del reparto di Gastroenterologia. E presto la nuova tecnica potrebbe essere messa a punto per la cura di altre malattie. Alcuni test preliminari sui topi dimostrano l’efficacia di questo metodo anche nel trattamento delle infezioni da Hiv. Galileo ha intervistato il coordinatore dello studio Mauro Magnani, direttore del Master in Biotecnologie all’Università di Urbino.
Come siete arrivati, lei e il suo gruppo, all’idea di poter utilizzare i globuli rossi per il trasporto di farmaci?
“L’idea è stata originalmente sviluppata da più gruppi negli Stati Uniti diversi anni fa. Il problema di fondo è la scelta dei farmaci che più si prestano a essere utilizzati con tale tecnica e le applicazioni cliniche che ne possono beneficiare. Un secondo aspetto rilevante, dove il nostro gruppo ha apportato un contributo significativo, è lo sviluppo di una metodica che dalla fase di laboratorio sia trasferibile al paziente. Sino a poco tempo fa non erano disponibili procedure adeguate. Con il nostro lavoro abbiamo trasferito il metodo in applicazioni cliniche”.
Come vengono introdotti i farmaci all’interno dei globuli rossi?
“La nostra metodica sfrutta la proprietà dei globuli rossi di rigonfiarsi e aprire dei pori sulla loro membrana quando viene abbassata la concentrazione di sale che normalmente è presente nei nostri liquidi biologici (per esempio nel sangue). Attraverso questi pori è possibile fare entrare delle molecole che normalmente non attraverserebbero la membrana. Successivamente si ripristina la normale concentrazione salina e si rimuove quella frazione di farmaco non incapsulata. Il tutto viene fatto in modo semiautomatico da una macchina appositamente sviluppata che abbiamo chiamato “Red Cell Loader””.
A che punto è la sperimentazione clinica sui malati di fibrosi cistica?
“Abbiamo praticamente concluso la fase di sperimentazione clinica I dimostrando che la procedura non comporta rischi per i pazienti. Alcuni dei soggetti trattati hanno riportato significativi benefici e ci hanno chiesto di continuare il trattamento. Dopo oltre un anno (questi pazienti ricevono globuli rossi con farmaco una volta al mese) continuiamo a trattare questi ragazzi su loro richiesta e con soddisfazione reciproca”.
Verso quali altre malattie si sta indirizzando l’applicazione della vostra ricerca?
“Attualmente è iniziata una nuova sperimentazione sul trattamento di pazienti affetti da morbo di Chron (una malattia genetica che colpisce l’apparato digerente) sia all’Ospedale “Bambin Gesù” di Roma che alla “Casa Sollievo della Sofferenza” di San Giovanni Rotondo”.
Per quanto riguarda la somministrazione di farmaci anti-HIV, siete riusciti ad indirizzare i globuli rossi direttamente nelle cellule che fungono da serbatoio del virus. Come è stato possibile?
“I globuli rossi con dentro il farmaco incapsulato possono essere ulteriormente modificati fino a farli sembrare “vecchi”. Il nostro sistema immunitario riesce a distinguere tra tutte le cellule circolanti quelle più vecchie e a rimuoverle dal circolo con un meccanismo immuno-mediato. I nostri globuli rossi con il farmaco incapsulato sono quindi riconosciuti con lo stesso meccanismo e “mangiati” da cellule macrofagiche (reservoir virali). In tal modo il farmaco che era originalmente presente nel globulo rosso viene trasferito nei macrofagi dove diventa efficace”.
La tecnica può quindi essere modificata per raggiungere altri bersagli specifici?
“Sono in corso tentativi con qualche successo. Noi riteniamo comunque che lo sviluppo più immediato riguardi la possibilità di trattare altre infezioni (oltre ad HIV 1) dove il patogeno ha un importante stadio di vita intracellulare quali infezioni erpetiche, da batteri tubercolari, da listeria, ecc.”.
Secondo lei questa tecnica potrebbe diventare una pratica terapeutica comune nell’immediato futuro?
“Si, per specifiche patologie dove il paziente possa beneficiare di un rilascio lento ma costante di farmaco e dove il farmaco debba essere prioritariamente inviato ai macrofagi (per esempio tutte le malattie infiammatorie o da infezioni da patogeni intracellulari)”.





