Vincenzo Lungagnani
Biotecnologie. Norme e regolamenti
UTET Libreria, Torino, 2002
pp.240, 23 euro
Nel 1974, uno studente dell’Università di Stanford, in California, annunciò alla comunità scientifica di essere riuscito a trasferire del Dna virale in un ceppo di Escherichia Coli, batterio comune dell’intestino umano e organismo modello prediletto dai biologi. Sono passati quasi trent’anni e quell’esperimento ha rappresentato l’inizio dell’ingegneria genetica e della tecnologia del Dna ricombinante. Da allora le tecniche utilizzate dagli scienziati della vita si sono evolute, perfezionate, standardizzate e le biotecnologie si sono imposte come uno dei temi dominanti nel dibattito sulla ricerca scientifica e lo sviluppo tecnologico. Se da una parte, infatti, i mezzi della biologia moderna rappresentano una risorsa straordinaria per la ricerca in quasi tutti i campi delle scienze della vita, (dalla medicina all’ecologia), dall’altra sollevano diffidenza e inquietudine nella società civile, che conserva dei dubbi sulla necessità di alcune applicazioni biotecnologiche, è scettica sulle motivazioni della ricerca e intimorita dalla potenziale pericolosità dell’ingegneria genetica. “Appare evidente a tutti che”, scrive Vincenzo Lungagnani, docente di normative biotecnologiche all’Università Bicocca di Milano e autore del volume Biotecnologie. Norme e regolamenti, edito dalla Utet, “per la loro valenza etica, economica e sociale – le nuove tecnologie biologiche troveranno consenso e applicazione solo se la società nel suo complesso potrà essere rassicurata dall’adozione di efficaci regole di controllo”. Il volume è stato scritto da Lungagnani per fornire ai suoi studenti, futuri biotecnologi, uno strumento utile per muoversi attraverso la giungla di direttive, leggi e decreti emanati per regolamentare le biotecnologie.Nelle prime due sezioni l’autore spiega le norme comunitarie e confronta il diritto nazionale di vari paesi sulle questioni più scottanti delle biotech, dalla sperimentazione sugli embrioni umani ai prodotti biotecnologici per uso alimentare, mentre nell’ultima parte viene affrontata la questione della proprietà intellettuale e della responsabilità individuale e collettiva. Un’osservazione interessante emerge dal confronto tra il panorama giuridico europeo e quello statunitense. Mentre negli Stati Uniti sono i prodotti delle biotecnologie ad essere soggetti a regolamentazione, nell’Unione Europea è regolamentata la tecnologia usata per fare i singoli prodotti. Inoltre l’autore sottolinea come l’impiego delle tecnologie biologiche nei testi legislativi, venga rappresentata quasi sempre come un’attività pericolosa a priori. Per Lungagnani, uno dei maggiori responsabili di questo atteggiamento è “l’uso terroristico del principio di precauzione che”, afferma il giurista nelle conclusioni del libro, “non è un richiamo alla responsabilità, ma un invito alla pigrizia mentale e all’inerzia” ed è altrettanto pericoloso del trionfalismo scientifico. A dispetto dell’attenzione che pone nel citare i numeri degli articoli e le date dei decreti, l’autore non descrive mai il contesto in cui sono state formulate le singole normative. In questo modo viene trascurato completamente l’aspetto dell’attualità che spesso ha reso urgente la formulazione di particolari regolamentazioni. Come dire che il disastro di Chernobyl, la clonazione della pecora Dolly e la mucca pazza non sono stati poi così importanti. Determinante in questa scelta è il punto di vista dell’autore, secondo cui i provvedimenti legislativi che verranno emanati in futuro per regolamentare le biotecnologie non dovranno essere finalizzati alla valutazione dei rischi legati alle singole tecnologie, quanto piuttosto alla modulazione del potere che tali tecnologie eserciteranno sulle nostre vite. L’esercizio del potere non sarà infatti nel controllo dell’espressione dei geni o nella capacità di creare esseri clonati ma nella capacità di direzionare la società “influenzando il comportamento delle organizzazioni e delle istituzioni e modificando la percezione del mondo da parte degli individui e delle collettività”.Tullia Costa





