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La guerra in diretta

di
Roberta Pizzolante

Amedeo Ricucci
La guerra in diretta. Iraq, Palestina, Afghanistan, Kosovo: il volto nascosto dell’informazione televisiva
Edizioni Pendragon, 2004
pp. 189, euro 13,00

Inizia a un angolo di un anonimo edificio di Ramallah la narrazione di questo volume. Un angolo che sembra retto ma che in realtà è ottuso e sbilenco. Proprio sporgendosi da qui il 13 marzo del 2002 il fotografo Raffaele Ciriello ha trovato la morte colpito da un tank israeliano. Dalle immagini passate in televisione in quei giorni nessun telespettatore avrà fatto caso a quell’angolo tranne Amedeo Ricucci, l’autore del libro edito da Pendragon, che era lì con Ciriello e ha ripreso la scena. All’occhio esperto di un giornalista con la passione per la telecamera non è sfuggito il particolare: le riprese, infatti, davano l’idea che il fotografo e lo stesso Ricucci se ne stessero impalati e allo scoperto in mezzo alla strada mentre invece erano accostati al muro. Inganno delle immagini, casuale, non voluto, ma pur sempre inganno. Che devia la percezione di chi guarda fornendo una visione della realtà non sempre veritiera. È questa l’accusa che l’autore, prendendo come spunto questo episodio personale, muove all’informazione televisiva colpevole di essere sempre più attenta alla spettacolarizzazione che al buon giornalismo. L’agile racconto delle storie di guerra che hanno avuto luogo nei fronti più caldi vuole esserne una dimostrazione ma anche un manuale per imparare a maneggiare con cura i contenuti che la televisione ci offre. E, senza pretese, un monito per la categoria dei giornalisti, che rischia di non essere più credibile se cavalca qualsiasi notizia invece di verificarla. Sicuramente la guerra è il terreno dove il confine tra realtà e finzione diventa più labile e sono molte le notizie create ad hoc per la telecamera o sfruttate sapientemente come propaganda. Pensiamo all’immagine del piccolo Mohammed ucciso a Gaza nel 2000 durante una manifestazione di piazza mentre suo padre cercava di fargli scudo con il proprio corpo. Quella scena ha fatto il giro del mondo diventando un’icona e facendo incassare una grossa vittoria mediatica all’Intifada palestinese. Stessa cosa, ma al contrario, è successa con i due soldati israeliani scaraventati giù da una finestra e linciati nella pubblica piazza. Ma non serve andare così lontano negli anni per capire l’uso che la televisione fa delle immagini, dice Ricucci. Basta tornare alla liberazione dell’Iraq del 9 aprile 2003 quando la statua di Saddam Hussein è stata buttata giù e tutte le televisioni hanno interrotto la normale programmazione per trasmettere l’evento in diretta. Quel giorno la piazza non era affatto piena di iracheni in festa come le riprese hanno fatto pensare, anzi quasi tutte le telecamere erano state fissate sul tetto dell’Hotel Palestine e quindi usate per ingigantire il numero dei presenti. Più eclatante invece è stato il caso del video della liberazione del soldato americano Jessica avvenuta all’ospedale di Nassiria dove era tenuta prigioniera. Una vera e propria montatura dall’inizio alla fine, come ha rivelato poi l’inglese “The Guardian”, architettata a tavolino dal Pentagono per dare un volto più umano alla guerra. Il dietro le quinte di molti avvenimenti svelato da Amedeo Ricucci sicuramente non cambierà il corso del giornalismo. La “war television”, infatti, andrà avanti senza che i telespettatori si accorgano degli “inganni” e delle distorsioni delle immagini. Ma con qualche nozione in più sui vizi e sulle virtù della grande sorella televisione.

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