Marco MayerIntervento umanitario e missioni di pace. Una guida non retoricaCarocci, 2005pp. 198, euro 12,30Sei un operatore di pace che muove i primi passi nel settore? Vuoi prepararti al contatto diretto con la realtà in cui dovrai operare? Inizia a creare una rete di fiducia attraverso le persone più vicine, per esempio con il vicino di casa o con il venditore del mercato, per poi passare a interlocutori privilegiati. E guai a barricarsi in ufficio dietro una scrivania. È uno dei tanti consigli che si possono trovare nel volume di Marco Mayer edito da Carocci, un vero e proprio “vademecum” del vasto universo delle operazioni di pace che prende spunto dall’esperienza sul campo. L’autore, infatti, come funzionario delle Nazioni Unite è stato dal 1999 al 2002 in Kosovo, dedicandosi a temi sensibili presso le amministrazioni regionali Onu di Pec/Peja e Mitrovica. Non per questo il suo intento è solo didattico, perché oltre a essere una guida per i giovani che vogliono o hanno già intrapreso questa avventura, il libro è un’analisi critica che offre una panoramica sulle attività di peacekeeping di ultima generazione analizzandone anche i difetti. Come si legge nella premessa “il filo conduttore è cercare di smitizzare i luoghi comuni intrisi di retorica che circondano il settore, proponendo immagini realistiche in modo da rafforzare le capacità critiche dei futuri operatori”. Mentre i primi due capitoli offrono al lettore dei suggerimenti su come accostarsi all’attività sul campo e agli attori locali, e descrivono le figure professionali con cui ci si troverà a collaborare, con i due capitoli successivi si entra nel vivo del discorso. Qui, infatti, Mayer spiega come funzionano e si sviluppano i percorsi di mediazione, che sono la parte più rilevante delle operazioni di pace. Tra quelli gestiti e promossi da attori ufficiali, cioè Stati o organizzazioni internazionali, emerge la predominanza a livello internazionale degli Stati Uniti, il cui tentativo di esportare indifferentemente in qualsiasi contesto una ‘democrazia multietnica’ è molto contestata nel volume. Come anche l’eccessiva attenzione dell’opinione pubblica mondiale alla lotta al terrorismo dell’amministrazione Bush, che oscura gli altri conflitti etnici del pianeta, veri focolai di rischio per la sicurezza globale. Infine, il volume analizza le specificità dei diversi settori del peacekeeping: il lavoro delle fasi postbelliche, la fornitura di aiuti, la garanzia dell’ordine, della sicurezza e della libertà, la ricostruzione di un governo democratico, del tessuto amministrativo ed economico e la tutela dei diritti umani. Tutti questi ambiti sono strettamente correlati tra loro, spiega Mayer, ma la comunità internazionale sembra non capirlo e procedere a compartimenti stagni. A dispetto del gran parlare di “interagency coordination”, cioè di interazione tra gli attori internazionali per assicurare un’efficace strategia di approccio ai problemi, sono i conflitti tra le organizzazioni o con gli Stati nazionali a farla da padrone. Un limite strutturale e burocratico che può compromettere seriamente l’immagine complessiva delle operazioni di pace.





