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Patrie galere fuorilegge

di
Giovanna Dall'Ongaro

Le carceri italiane sono ufficialmente fuorilegge. Sono infatti scaduti lo scorso 20 settembre i cinque anni, previsti dal Decreto 230 del 30 giugno 2000 (Regolamento di esecuzione dell’ordinamento penitenziario), per realizzare alcuni fondamentali miglioramenti nelle condizioni di vita dei detenuti. E nella maggior parte dei 207 edifici carcerari del nostro paese i lavori strutturali, necessari per adeguarsi ai parametri della normativa, non sono mai stati avviati. Così per i 59.649 detenuti (dati forniti dal Dipartimento di Amministrazione penitenziaria e aggiornati al 31 agosto scorso) delle carceri italiane (rispetto a una capienza di 42.959) questi cinque anni sono passati uguali agli altri, in celle sovraffollate, senza doccia, senza acqua calda, senza bidet nei reparti femminili. Sì, perché anche di questo si occupava il regolamento del 2000: “Niente di sconvolgente o rivoluzionario, solo norme di buon senso con lo scopo di rendere più vivibili gli spazi, migliorare la qualità del vitto e l’igiene personale” dice Patrizio Gonnella presidente di Associazione Antigone, intervenuto al convegno “Il carcere è fuorilegge?” con cui è stato formalmente annunciato, proprio lo scorso 20 settembre, il passaggio del sistema penitenziario italiano nel regno dell’illegalità.

Ma a cosa è dovuto questo palese inadempimento? La mancanza di risorse economiche, lo dicono le nuove regole penitenziarie europee, non può più giustificare alcuna violazione dei diritti umani, e poi, per le ristrutturazioni in questione, non si trattava certo di spese insostenibili. Altre quindi le ragioni da addurre: “Sono solo due in ultima analisi i motivi del mancato adeguamento, uno di natura formale e uno sostanziale” sostiene Salvatore Ferraro, noto alle cronache per essere stato coimputato nell’omicidio di Marta Russo, ora militante nell’associazione “Il detenuto Ignoto”. “La negligenza avviene o perché le norme che regolamentano l’esecuzione penitenziaria sono per loro natura poco vincolanti, oppure perché lo stato di necessità, dettato da condizioni croniche di sovraffollamento, giustifica la trasgressione”.

Per evitare che il sovraffollamento continui a fornire un alibi per violare le regole, c’è un’unica cosa urgente da fare: svuotare le carceri. Eppure, alcuni recenti provvedimenti dell’attuale governo sembrano marciare in direzione opposta. Pensiamo ad esempio alla legge “ex-Cirielli”, nota soprattutto per le prescrizioni rapide a vantaggio di alcuni reati (da cui il nome “salva Previti”), che prevede considerevoli aumenti di pena per i recidivi, provocando di conseguenza l’incremento della popolazione carceraria. Tutto ciò va ad aggiungersi alla legge sulle tossicodipendenze e sull’immigrazione, che già hanno contribuito ad aumentare il numero di detenuti. Un numero tanto elevato da rendere urgente, dice il ministro Castelli, la costruzione di nuove carceri, la cui inaugurazione però non può essere prevista prima di dieci anni: tempi inadeguati al tasso di crescita della popolazione carceraria. L’obiettivo dello svuotamento, in attesa di un’amnistia (a 15 anni di distanza dall’ultima) passa necessariamente attraverso altri provvedimenti. Quali? E’ Luigi Manconi, garante per i diritti dei detenuti del Comune di Roma, a presentare alcune proposte: depenalizzazione, decarcerizzazione, riduzione dei termini di custodia cautelare. Il che si traduce necessariamente in una seria riforma del codice penale (che non ha accompagnato la riforma della procedura penale del 1989); nell’introduzione di sanzioni diverse dalla reclusione in cella, anticipando al momento della sentenza la destinazione a misure alternative (di cui oggi si avvale solo il 2,5 per cento dei detenuti); e nell’interruzione di quel meccanismo perverso che ribalta, oramai senza troppi scandali, l’iter stabilito dal diritto, ossia “imputazione-giudizio-carcere”, nell’aberrante percorso “imputazione-carcere-attesa di giudizio” (il 44 per cento dei detenuti non ha una condanna definitiva).

“Ma volendo si potrebbe andare oltre e infrangere il tabù giuridico dell’obbligatorietà dell’azione penale” dice Sergio D’Elia, presidente dell’associazione “Nessuno Tocchi Caino”. Il principio contenuto nell’articolo 112 della Costituzione, posto a salvaguardia di tutti i cittadini di fronte alla legge, viene in realtà già smentito nella quotidiana attività dei magistrati che, per necessità, stabiliscono a quali reati dare la precedenza. Eppure alcune iniziative che cercavano in qualche modo di attenuare il rigore dell’obbligatorietà dell’azione penale, come una famosa circolare di Valdimiro Zagrebelsky che indicava ai magistrati della pretura da lui diretta alcuni criteri di priorità con cui smaltire le pratiche in loro possesso, fu oggetto di critiche e suscitò lunghe e animate discussioni. Prima ancora, se già adesso le condanne con pene inferiori ai tre anni (un furto semplice senza aggravante), in condizioni di inconsistente pericolosità sociale, venissero scontate fuori dalle celle, potrebbe venire inferto un primo colpo al sovraffollamento carcerario italiano.

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