Ridurre le emissioni, risparmiare acqua, invertire i trend demografici. Sono i tre punti irrinunciabili per salvare il pianeta, secondo Lester R. Brown, economista statunitense e guru dell’ambientalismo (è anche il fondatore del WorldWatch Institute), che ha presentato in anteprima nazionale al Museo di Scienze Naturali di Trento, il suo Piano B, 4.0. Mobilitarsi per salvare la civiltà, l’ultimo di una cinquantina di libri che lo hanno reso, come scrive il Washington Post, “uno dei pensatori più influenti del mondo”. Brown ha scelto Trento anche per lanciare Bioweek 2010, la settimana che il Museo tridentino propone al pubblico dal 19 al 23 maggio per contribuire alla “consapevolezza ambientale” in occasione dell’Anno internazionale della biodiversità, proclamato nel 2010 dalle Nazioni Unite. Così ha risposto alle domande di Galileo.
Professor Brown, allora in cosa consiste questo Piano B: quali passi dobbiamo fare per invertire lo sviluppo “insostenibile”?
“Il Piano si può sintetizzare essenzialmente in tre punti: Primo: dobbiamo ridurre le emissioni di carbonio dell’80 per cento entro il 2020. Secondo: dobbiamo riflettere sulla scarsità di risorse idriche. Terzo: dobbiamo stabilizzare a 8 miliardi di persone la popolazione mondiale: siamo già oltre la soglia della sostenibilità”.
Cosa possiamo fare noi cittadini per uno sviluppo sostenibile?
“Tutti si aspettano a questo punto che io dica: spegnete le luci, usate lampadine a risparmio energetico, riciclate la carta. Ma tutto questo è inutile se non si avviano azioni politiche di ampio respiro mirate allo sviluppo delle clean tech. Negli Stati Uniti il presidente Obama dà un buon segnale in questa direzione, soprattutto sorgono sempre più di frequente dei movimenti popolari spontanei impegnati a costruire un mondo diverso”.
La recente catastrofe ambientale nel Golfo del Messico non aiuta a essere ottimisti…
“Quello è un evento drammatico. Non sappiamo quanto durerà e quali saranno gli effetti a lungo termine. Ed è un motivo in più per ripensare l’uso dei combustibili fossili. In Cina e in Russia ci sono già state catastrofi ambientali di questa portata. Ora la marea nera potrebbe estendersi, spinta dalla Corrente del Golfo, fino alle coste degli Stati Uniti Orientali e da lì attraverso l’Atlantico arrivare persino in Europa. Un danno incommensurabile per gli ecosistemi marini e costieri”.
Che ne pensa della proposta di Obama di tassare le compagnie petrolifere di un centesimo per ogni barile di greggio prodotto?
“La tassa dovrebbe essere molto più alta. In realtà andrebbe rivisto l’intero sistema fiscale, introducendo una tassa per l’ambiente e riducendo, invece, quella sul reddito da lavoro. Così forse si potrebbe davvero ottenere la riduzione delle emissioni di CO2 e avere d’altra parte più occupazione”.
Ma come convincere Cina e India?
“La Cina per ora sta sviluppando in modo massiccio l’economia attraverso l’uso incontrollato di combustibili fossili. Il suo obiettivo è diventare leader dell’economia mondiale. Allo stesso tempo è molto probabile che il business del futuro sarà rappresentato proprio dalle energie rinnovabili, come negli ultimi venti anni è stata l’Information Technology, settore dominato dagli Stati Uniti: Microsoft, Google, Amazon e così via. I produttori di energia pulita saranno i futuri “padroni del vapore” e i cinesi vorranno esserne i leader”.
Visto che il petrolio è così pericoloso, dobbiamo investire di più sull’energia nucleare?
“Le centrali sono un’opportunità solo se il paese che intende costruirle possiede ingenti risorse. I costi di mantenimento e di smaltimento delle scorie sono molto alti. Questi graverebbero sotto forma di tasse ai cittadini. Da trent’anni Wall Street non investe su centrali nucleari: vorrà pur dire qualcosa…”.





