Alcolismo: ecco la proteina che predispone alla dipendenza

Perché alcune persone sviluppano una dipendenza da alcol e altre no? La colpa potrebbe essere legata a una proteina (GAT-3 contenuta nell’amigdala, la regione coinvolta nelle reazioni emotive), la cui diminuzione nel cervello predisporrebbe a un maggiore rischio di diventare alcolisti. Lo rivela uno studio condotto da un gruppo di ricercatori della Linköping University in Svezia, in collaborazione l’Università di Gothenburg e la University of Texas. I risultati della ricerca sono stati pubblicati su Science.

Più di due miliardi di persone in tutto il mondo bevono alcolici regolarmente, ma tra questi solo il 15 % sviluppa una sindrome di dipendenza da alcol, caratterizzata da un consumo compulsivo di alcol, a discapito delle relazioni sociali del bevitore e della sua salute. “Una caratteristica tipica della dipendenza – spiega Markus Heilig, della Linköping University – è che sai che qualcosa ti farà male, che potenzialmente potrebbe ucciderti, ma qualcosa va storto nel controllo motivazionale e continui a farlo”.

Heilig e colleghi hanno cercato di comprendere i meccanismi molecolari alla base della dipendenza da alcol, attraverso una serie di esperimenti su ratti da laboratorio. I ricercatori hanno prima addestrato gli animali a bere alcol semplicemente premendo un pulsante. Dopo dieci settimane veniva data loro la possibilità di scegliere tra alcol e acqua dolcificata con saccarina. Mentre la maggior parte dei ratti preferiva l’acqua dolcificata, il 15% di loro (95 su 620 ratti testati) continuava a scegliere l’alcol. Una percentuale paragonabile a quella degli esseri umani che soffrono di alcolismo a livello globale. I ratti alcol-dipendenti, inoltre, mostravano tratti comportamentali tipici della condizione clinica di dipendenza nell’uomo, come l’elevata motivazione a procurarsi l’alcol e l’uso continuato nonostante le conseguenze negative.

I ratti alcol-dipendenti inoltre continuavano a bere alcol anche se alla bevanda veniva aggiunto del chinino, di sapore estremamente amaro, o se addirittura per ottenerlo dovevano subire una spiacevole scossa elettrica alla zampa. Per comprendere le cause del comportamento dei ratti alcol-dipendenti, i ricercatori hanno misurato l’espressione di centinaia di geni potenzialmente legati alla dipendenza in cinque regioni del cervello, confrontandola con quella relativa ai ratti non alcolisti. Le differenze maggiori sono state trovate nell’amigdala. Nei ratti alcol-dipendenti un gene in particolare viene espresso a livelli molto più bassi. Si tratta del gene della proteina GAT-3, una proteina che consente di mantenere bassi i livelli di concentrazione extracellulare di acido gamma-amminobutirrico (GABA), il principale neurotrasmettitore inibitorio del cervello, cioè una sostanza rilasciata dai neuroni che ha il ruolo di sopprimere l’attività delle altre cellule a cui questi sono connessi, rendendole refrattarie ad eventuali stimoli eccitatori di qualunque genere.

È noto che una compromissione di tale sistema di segnalazione cellulare può portare a problemi di ansia, tensione ed insonnia. E non a caso, i ratti alcol-dipendenti manifestavano sintomi ansiosi, a differenza di quelli che preferivano l’acqua dolce. Ad ulteriore conferma del ruolo della proteina GAT-3 nell’alcolismo, i ricercatori hanno ridotto, attraverso sofisticate tecniche di biologia molecolare, il livello di questa proteina nei ratti che inizialmente preferivano l’acqua dolce all’alcol. “Ridurre l’espressione della proteina di trasporto ha avuto un effetto sorprendente sul comportamento dei ratti”, osserva Eric Augier, autore principale dell’articolo. “Gli animali che prima preferivano l’acqua dolce modificavano la loro preferenza ed iniziavano a scegliere l’alcol”.

Questo nei ratti, ma nell’uomo accade lo stesso? Per capirlo i ricercatori hanno analizzato i livelli di GAT-3 nel tessuto cerebrale di individui deceduti per varie cause. Ebbene, negli individui con dipendenza da alcol documentata i livelli di GAT-3 nell’amigdala erano inferiori rispetto agli individui controllo deceduti per cause non correlate all’alcol. Proprio come accadeva nei ratti alcol-dipendenti.

“Si tratta di una delle poche volte in cui rileviamo un cambiamento interessante nei modelli animali e poi riscontriamo lo stesso nell’uomo”, commenta Dayne Mayfield della University of Texas, coautore dello studio. “È un’ottima indicazione della validità del modello usato. E se il modello è corretto possiamo usarlo per testare i farmaci contro la dipendenza da alcol con un buon livello di fiducia nei risultati”. Questa ricerca può contribuire a mettere a punto nuove terapie farmacologiche contro l’abuso di alcol. Come il baclofene, un farmaco ad azione miorilassante usato per il trattamento dell’ipertonia spastica muscolare tipica di alcuni stati neurologici, studiato anche per il trattamento della dipendenza da alcol, mostrando risultati promettenti nonostante non se ne conosca ancora il possibile meccanismo d’azione. “Uno degli effetti del baclofene è proprio quello di sopprimere il rilascio di GABA”, conclude Heilig. “Al momento stiamo lavorando con una compagnia farmaceutica per cercare di sviluppare una molecola di seconda generazione per il trattamento dell’alcolismo che mira ad agire su questo sistema di segnalazione cellulare”.

Riferimenti: Science

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