Aree protette mobili per salvare le specie in mare

aree protette
(Foto: Anastasia Taioglou on Unsplash)

La condizione dei mari e delle specie che li popolano è sempre più critica. Colpa principalmente dell’inquinamento, della pesca intensiva e dei cambiamenti climatici, che mettono a rischio la sopravvivenza delle specie marine, come tartarughe e cetacei. Le iniziative per tutelare i sistemi marini sono diverse, dalla rimozione della plastica alla sperimentazione di nuovi sistemi di pesca. Ma non bastano.

I leader mondiali sono al lavoro per aggiornare le leggi internazionali di tutela delle acque e, in un articolo pubblicato su Science, è proprio a loro che si rivolge un gruppo di scienziati. La proposta dei ricercatori è quella di aggiornare la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) inserendo una nuova strategia per la tutela delle specie marine: le aree marine protette mobili.

Aree protette mobili, quali dati servono

Raccogliere informazioni sugli animali marini e, in particolare sui loro spostamenti, è spesso molto complicato. Ma secondo il gruppo di Sara Maxwell dell’Università di Washington un cambiamento è possibile. Grazie a dei piccoli tag che, montati sui singoli individui, permettono di tracciare in tempo reale i movimenti di tartarughe, uccelli e altre specie marine. I tag, infatti, trasmettono i dati relativi ai movimenti degli individui direttamente ai satelliti spaziali. Ma non si tratta solo di un mero sistema di monitoraggio dei singoli animali e dei loro spostamenti.

Aree protette
Credits: Sara Maxwell/University of Washington

“Grazie alla combinazione dei dati satellitari trasmessi dai tag con quelli di localizzazione GPS delle navi e di modellistica oceanica – spiega Maxwell – negli ultimi anni è stato possibile testare l’efficacia di una nuova strategia di conservazione delle specie animali marine: la gestione dinamica”. Questo tipo di gestione permette di avere dati aggiornati costantemente relativi agli spostamenti degli individui delle singole specie, compresi quelli sul traffico marino e sui cambiamenti delle condizioni ambientali. Questo consente di seguire passo passo la vita dei singoli individui, aspetto fondamentale soprattutto, spiegano gli autori, per le specie a rischio dove anche pochi individui possono fare la differenza per la conservazione della specie.

Perché le aree marine protette mobili possono fare la differenza

Quello che i ricercatori propongono oggi è una rivisitazione del concetto di aree marine protette: da luogo fissato sulle cartine geografiche a luogo definito dagli spostamenti degli animali. “Man mano che i cambiamenti climatici avvengono, se creiamo confini statici nel luogo e nel tempo, è probabile che gli animali che stiamo cercando di proteggere saranno spariti da quei luoghi – spiega Maxwell – Le specie avranno sempre più bisogno di protezione e per essere efficaci dovremo applicare strumenti più dinamici e innovativi”.

Il rischio dei confini statici, secondo gli autori, è quello di andare a proteggere aree marine povere di biodiversità. Questo perché, i cambiamenti dei sistemi marini provocano continui spostamenti delle specie, dei loro habitat e quindi di intere comunità ecologiche. Un confine dinamico potrebbe consentire invece di assecondare questi spostamenti e di proteggere le specie e i loro habitat in maniera più efficace. Alcuni habitat che potrebbero beneficiare delle aree marine protette mobili sono stati identificati dalla CBD (Convention on Biological Diversity’s Ecologically or Biologically Signicant Marine Areas). Ne sono un esempio l’Agulhas Front in Sud Africa, area a più alta produttività nell’Oceano Indiano, e il Mar dei Sargassi, habitat unico e ricco di biodiversità.

L’esempio del programma TurtleWatch

Progetti di gestione dinamica delle aree marine protette sono già in sperimentazione nei nostri oceani. Non ancora con il monitoraggio degli animali tramite tag satellitari, ma con la trasmissione in tempo reale dei dati ambientali per pianificare progetti di tutela delle specie. Ne è un esempio il programma TurtleWatch che fornisce informazioni in tempo reale sulla temperatura delle acque superficiali per individuare le aree in cui con maggiore probabilità potranno trovarsi individui di specie a rischio come la tartaruga caretta (Caretta caretta) e la tartaruga liuto (Dermochelys coriacea). Queste informazioni permettono anche, sempre in tempo reale, di comunicare ai pescherecci quali tratti d’acqua è meglio evitare poiché preferiti dalle tartarughe.

“Le nuove tecnologie stanno rendendo possibile la gestione dinamica per la conservazione degli oceani, mentre i cambiamenti climatici lo rendono necessario – continua Maxwell – Con il nostro studio vogliamo invitare i leader mondiali a inserire le aree marine protette mobili e la gestione dinamica nell’aggiornamento dell’UNCLOS per proteggere aree sempre più grandi dei nostri oceani”

Riferimenti: Science

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here