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Autobiografia di una specie

di
Mauro Capocci

Ridley Matt Genoma. L’autobiografia di una specie in ventitré capitoliInstar Libri, 2002pp. 366, euro 18,60È possibile parlare di scienza senza risultare noiosi, troppo tecnici o banali? Per nostra fortuna, si. Matt Ridley è oggi uno degli autori più dotati in questo senso, uno dei migliori divulgatori scientifici in circolazione. Columnist del Daily Telegraph, in italiano ha già pubblicato “Il futuro delle malattie”. Questa volta ha scelto come campo d’azione il genoma umano: oggetto microscopico di importanza incalcolabile che ha avuto i riflettori addosso negli ultimi due decenni, e con fare da gran diva si è avviato nel terzo millennio, dopo esser rimasto celato per decine di migliaia d’anni. Come ogni star che si rispetti, la sua storia è già stata scritta: la mappa del genoma è stata pubblicata (sia pure in forma parziale) nel febbraio 2001. Ne mancava ancora una sorta di “biografia non autorizzata”, che Ridley ha voluto scrivere scegliendosi da sé gli argomenti. Il Dna umano è diviso in 23 coppie di cromosomi. In ognuno di questi sono presenti i geni, le istruzioni per costruire quella cosa strana e complessa che chiamiamo Homo sapiens. Di ognuno dei cromosomi, Ridley ha scorso la mappa, e individuato alcuni caratteri più interessanti di altri. Per esempio, nel cromosoma 1 (il numero è solo convenzionale: i cromosomi vengono numerati in base alla loro dimensione; il più grande è il numero 1, il 22 è il più piccolo; ci sono poi i cromosomi X e Y, coppia numero 23) viene ripetuta centinaia di volte una certa sequenza di nucleotidi (le “lettere” dell’alfabeto genetico). I biologi considerano che questa sequenza sia la più antica delle sequenze genetiche, il residuo di un’epoca lontanissima quando l’evoluzione era ancora agli albori. Dunque, appropriato è il titolo di Ridley per questo primo capitolo: “vita”.I capitoli si susseguono, e ognuno di essi racconta la storia di un gruppo di geni particolarmente significativi: la loro storia evolutiva e la storia della loro scoperta. Il risultato è dunque non solo un’analisi (certo parziale, limitata, ma affascinante) del genoma, ma anche, come recita il sottotitolo, “l’autobiografia di una specie”, la nostra. Ridley non molla mai neanche per una riga: la sua scrittura elegante e precisa cattura il lettore anche quando difficile è l’argomento in discussione, conducendolo a riflettere su tanti dei miti della genetica attuale e sull’uso distorto che se ne è fatto e se ne fa ancora. Anche se lo stesso Ridley potrebbe essere tacciato di determinismo genetico. Per ovvie ragioni narrative, ma non solo, il suo discorso funziona solo se si è disposti ad accettare un collegamento diretto, causale e rigido, tra il genoma e il suo risultato (l’organismo nel suo complesso). Scrive, per esempio, a proposito del gene Hfw del cromosoma 22 che produce una proteina espressa solamente in una piccola zona del cervello: la funzione del gene è “per dirla in modo grossolano, quella di dotare gli essere umani di libero arbitrio. Senza l’HFW non avremmo libertà di scelta” (p.349). La tesi di fondo del volume è quindi discutibile, ma ben vengano libri che facciano da stimolo intelligente alla discussione. Ottimamente curato (com’è tradizione per questo piccolo ma validissimo editore), anche la bibliografia è stringata ma aggiornata, risultando quindi utile al profano che voglia avvicinarsi all’argomento.

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