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Biomateriali ai nastri di partenza

di
Roberta Pizzolante

Seicento imprenditori agricoli, una filiera integrata di colture specializzate e un totale di 800 mila ettari di terreno coltivato. Unico obiettivo, produrre bioplastiche a partire dalle risorse agricole naturali. Accade a Terni, dove un accordo tra Coldiretti e Novamont, azienda leader nel settore dei biomateriali, ha dato vita alla prima bioraffineria integrata nel territorio. La filiera industriale infatti sfrutta a pieno le risorse del luogo creando nuove opportunità per gli agricoltori, minimizza l’uso di risorse energetiche di origine petrolifera e riduce le emissioni di gas serra. L’impianto, che è stato presentato nel corso del convegno “Oltre il petrolio, verso la bioeconomia: la bioraffineria integrata nel territorio”, organizzato a Novara il 13 ottobre scorso, coniuga il rilancio dell’economia e della competitività con i crescenti problemi ambientali. In Italia vengono consumate circa 300 mila tonnellate di plastica tradizionale, ottenuti con un consumo di 200 mila tonnellate di petrolio. Per questo, durante l’incontro, il presidente della Commissione Ambiente della Camera, Ermete Realacci, ha annunciato un emendamento alla Finanziaria per l’abolizione a partire dal 2010 di tutti gli shopper in plastica e la loro sostituzione con quelli biodegradabili.

A Terni l’amido di mais e gli oli vegetali saranno usati per la produzione di biopoliesteri impiegati nella sintesi delle bioplastiche sviluppate da Novamont. Intervenendo sull’amido di mais con sostanze di origine naturale o sintetica, i ricercatori dell’azienda sono riusciti a creare questo materiale completamente biodegradabile e compostabile, usato in una vasta gamma di prodotti di uso comune e di intermedi per l’industria chimica, dai sacchetti per i rifiuti ai prodotti usa e getta, dai pannolini agli additivi per la produzione di pneumatici. Per esempio, per un agricoltore il processo di pacciamatura con teli in Mater-Bi (il marchio con cui viene commercializzato questo prodotto) ha meno costi ambientali per effetto dello spessore, da due a tre volte inferiore, dell’azzeramento dei costi di raccolta e di smaltimento e della riassorbibilità nel terreno. E ancora, i sacchetti per la raccolta dei rifiuti alimentari a base di bioplastica rallentano la fermentazione che provoca i cattivi odori, consentendo l’eliminazione della condensa e riducendo il peso del rifiuto fino al 50 per cento. Questo permette di ottimizzare tutta la catena della raccolta differenziata e dello smaltimento dei rifiuti per i comuni.

Quando sarà a pieno regime, cioè dall’inizio del 2008, l’impianto raggiungerà una capacità produttiva annua di 60 mila tonnellate di bioplastiche. “Si tratta di un modello che crea un sistema integrato tra industria, agricoltura, ambiente ed economia locale e risponde ai problemi attuali: aumento del prezzo del petrolio e la sua disponibilità limitata, la crisi del settore agricolo che così trova nuovi destinatari per i propri prodotti, la scarsità di risorse energetiche rinnovabili e i gravi problemi ambientali”, ha spiegato Catia Bastioni, amministratore delegato di Novamont e ricercatrice chimica. “Per investire in innovazione, però, è importante che ci sia un sistema di regole chiare e standard ambientali definiti per quanto concerne il compostaggio e la biodegradabilità, o la valutazione ambientale dei prodotti. Anche il sistema di incentivi andrebbe rivisto per assimilare la produzione di materiali da fonti rinnovabili e a quella di energia rinnovabile”.

In tal senso l’Italia ha un forte ritardo da recuperare rispetto agli altri paesi. In Francia è già in vigore un provvedimento per sostituire i tradizionali sacchetti della spesa di plastica con materiali biodegradabili a partire dal 2010. Negli Usa il dipartimento dell’energia ha avviato una roadmap per raggiungere nel 2020 una produzione da fonti rinnovabili del 5 per cento di energia, del 20 per cento di combustibili e del 25 di materiali per l’industria. E anche l’Unione Europea si è data degli obiettivi, cioè la produzione del 5,6 per cento di combustibili rinnovabili nei combustibili fossili. Una sfida che si può vincere proprio grazie all’agricoltura.

Con la bioraffineria, destinando 800 mila ettari di terreno a colture di mais e oleaginose a fini energetici sarebbe possibile produrre quantità di bioplastiche nell’ordine di 2 milioni di tonnellate, un quarto dell’intero fabbisogno nazionale di plastiche, metà dell’intera quantità di prodotti usa e getta. Non solo. Come ha spiegato Franco Pasquali, segretario generale di Col diretti, “potenziando le coltivazioni per la produzione di biocarburanti, come biodiesel e bioetanolo, utilizzando residui agricoli, forestali e d’allevamento e mettendo dei pannelli solari nelle aziende agricole è possibile coprire entro il 2010 fino al 13 per cento del fabbisogno energetico nazionale, risparmiare oltre 12 milioni di tonnellate di petrolio equivalenti e ridurre le emissioni di anidride carbonica di origine fossile di 30 milioni di tonnellate”.

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