John e Mary Gribbin Ice Age. How a Change of Climate Made us HumanPenguin Books, 2003pp.105, euro 6,94 L’estate 2003 che volge al termine viene indicata da molte parti come la più calda degli ultimi due secoli. Si è molto discusso sugli effetti dell’attività umana sul clima del pianeta e su quelli che il riscaldamento globale potrebbe avere sulla società umana. Il libro di John e Mary Gribbin, infaticabili divulgatori (ricordiamo il recente e ponderoso: “Science. A history”, sempre per la Penguin), ci riporta invece a epoche in cui il cambiamento termico ebbe un influsso molto forte sull’essere umano, modificandone per sempre il destino. La paleontologia e la geologia ci dicono infatti che all’alba della specie umana il clima era probabilmente molto più caldo che ora. Da circa 13 milioni di anni, invece, tra oscillazioni di varia ampiezza, la temperatura della Terra si sta abbassando costantemente, principalmente come conseguenza dei movimenti tettonici che hanno modificato, lentamente ma radicalmente, la circolazione delle correnti oceaniche. Circa tre milioni di anni il clima raggiunse il punto più basso. Lo stesso periodo, pur con l’ovvio margine di errore di queste stime, ha visto la rapida crescita di un ramo del cespuglio evolutivo dei primati, che ha portato fino all’essere umano moderno. Il cambiamento climatico – un’era pressoché glaciale se confrontata con le temperature precedenti – creò infatti le condizioni per la diminuzione della superficie occupata dalle grandi foreste tropicali, in favore di una vegetazione più bassa. La stazione eretta, insieme ai tratti anatomici sviluppati dai primi mammiferi antropomorfi, divenne un vantaggio evolutivo notevole, che portò alla rapida espansione delle nuove specie. Il crollo della temperatura è stato poi seguito da numerosi cambiamenti, oscillazioni periodiche che hanno messo gli organismi di fronte a numerose situazioni diverse nel corso del tempo. Una specie un po’ più versatile delle altre, capace di fare un po’ di tutto, era dunque avvantaggiata nel fronteggiare scenari nuovi e impreviste.Queste ipotesi vengono espresse dagli autori nell’ultima parte del volume. I capitoli precedenti sono invece dedicati alla ricostruzione storica dello sviluppo della geologia, che si è accorta del fenomeno delle ere glaciali relativamente tardi. Erano quasi la metà dell’Ottocento quando ci si rese conto che molte formazioni geologiche potevano essere spiegate con l’espansione e il ritiro dei ghiacciai, e l’idea ebbe comunque vita dura. L’idea di glaciazione presupponeva infatti una dimensione temporale notevole che in pochi erano disposti a concedere, nonché una concezione della storia della Terra non lineare quanto ciclica. Gli studi successivi hanno ricostruito un passato fatto di “inverni globali” alternati a periodi di caldo intenso, legati probabilmente a cicli astronomici. Lo studio della paleoclimatologia si è rilevato quindi decisivo per comprendere l’evoluzione dell’essere umano. Gli autori, con uno stile sempre brillante e comprensibile (a volte al limite del semplicismo), ci mostrano dunque come i risultati di diverse discipline si sono nel tempo combinati a formare un quadro plausibile dell’origine dell’essere umano. È questo il punto più importante del volume: mostrare come l’idea di “era glaciale” si sia affermata fino a diventare un cardine di numerose teorie scientifiche. Nonché della nostra storia di specie.





