Perché il coronavirus è più pericoloso per gli uomini?

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(Credits: Adrien Delforge on Unsplash)

I numeri dell’epidemia da coronavirus non sono una fotografia reale di quelli che sta accadendo, specialmente in Italia, come vi abbiamo più volte raccontato. Ma alcuni dati più di altri sembrano dire qualcosa, portando a galla dei temi su cui sarebbe opportuno riflettere. In Italia quanto altrove. Pur nel clima di incertezza che stiamo vivendo. Parliamo del fatto che Covid-19 a oggi uccide più gli uomini delle donne.

I dati di mortalità da Covid-19 nei due sessi

Il dato, dicevamo, non è solo nostrano, ma cominciando dall’Italia sembra essere comunque abbastanza consistente. L’ultimo report sulle caratteristiche dei pazienti deceduti positivi al coronavirus dell’Istituto superiore di sanità (datato 20 aprile) mostra che in tutte le fasce d’età – con l’eccezione degli over 90 – il numero dei decessi è  maggiore negli uomini che nelle donne. Allargando lo sguardo il dato si conferma ovunque nel mondo: l’iniziativa Global Health 50/50 per la parità di genere in salute ha messo insieme dati provenienti dai diversi paesi disaggregati per sesso, sia per quel che riguarda l’incidenza dei casi che la mortalità.

Il dato più consistente che emerge a leggere i grafici (qui) è che siamo di fronte a una malattia Covid-19 di cui sì sappiamo poco – che sembra coinvolgere ben più che solo l’apparato respiratorio – ma che miete più vittime tra gli uomini. In maniera consistente per tutti i paesi presi in considerazione e in tutte le fasce d’età, e in modo più marcato rispetto all’incidenza dei casi, dove si osservano notevoli variabilità sia per paese che per fascia di età in relazione al sesso.

Questione di ormoni?

Il dato non è sfuggito, anzi è apparso come una delle caratteristiche più evidenti dall’inizio dell’epidemia, emerso già dall’analisi dei primi casi in Cina. Il sesso maschile, insieme alla presenza di comorbidità e all’età avanzata, è apparso dagli inizi come un fattore di rischio per la malattia, o meglio per gli esiti della malattia. Perché? Negli ultimi tempi sono diverse le ipotesi che si sono fatte avanti e anche l’Istituto superiore di sanità ha provato a stilare una serie di possibili motivi, che chiamano in causa aspetti tanto biologici quanto sociali per così dire. “E’ molto probabile che le interazioni tra il sistema endocrino e il sistema immunitario giochino un ruolo”, commenta a Wired Luigia Trabace dell’Università di Foggia e coordinatrice del gruppo in farmacologia di genere per la Società italiana di farmacologia (Sif), riferendosi all’influenza degli ormoni sessuali nella modulazione del sistema immunitario.

“Gli estrogeni della donna potrebbero avere un ruolo protettivo”, continua. A tal proposito per esempio, dall’Istituto superiore di sanità spiegano come proprio gli estrogeni (in età fertile) potrebbero aumentare l’espressione del recettore Ace2, usato dal virus per entrare nelle cellule ma la cui espressione diminuisce dopo l’infezione, riducendo anche l’effetto protettivo che esercita sui polmoni. Anche con protezioni più indirette: gli estrogeni per esempio possono costituire uno scudo contro malattie cardiovascolari, che a loro volta possono rappresentare un fattore di rischio in termini di mortalità da Covid, ricorda tra gli altri Jenny Graves della La Trobe University su The Conversation.

Di contro gli ormoni maschili invece renderebbero gioco più facile all’infezione, indirettamente anche favorendo comportamenti più a rischio, come l’abitudine al fumo, continua Grave (anche se proprio il legame con il fumo e la gravità della malattia potrebber essere più complesso e discusso di quanto inizialmente ipotizzato). Ma potrebbe esserci anche altro, riprende Trabace: “Un piccolo studio mostra che il tempo di negativizzazione al tampone è più bassi nelle donne rispetto agli uomini, dove il virus potrebbe nascondersi nei testicoli, dove il recettore Ace sembra essere molto abbondante, costituendo una sorta di riserva di Sars-Cov-2”. Un’ipotesi meritevole di attenzione, e possibilmente coinvolta nello squilibrio di severità della malattia che si osserva tra uomini e donne, ma da prendere con le pinze, e dove è l’abbondanza del recettore Ace2 è considerata come un fattore di rischio.

Questione di geni?

Un’altra ipotesi ha a che fare con l’assetto genetico maschile e femminile e una diversa prontezza nei confronti delle infezioni virali. “Sul cromosoma X sono mappati circa un migliaio di geni, contro il centinaio presenti sul cromosoma maschile Y, e molti di questi sono correlati a funzioni immunitarie”, osserva Trabace. Se è vero che nelle donne uno dei due cromosomi X va incontro a inattivazione, alcune zone possono sfuggire a questo fenomeno, tornano a ribadire anche dall’Iss. “Più in generale nelle donne si osserva una diversa, maggiore, predisposizione nel montare una risposta immunitaria”, aggiunge Marina Ziche, farmacologa all’Università di Siena, parte dell’Unità di crisi Sif su Sars-Cov-2.

“Questa maggiore capacità nelle donne riflette se vogliamo una maggiore competenza nella protezione della specie: la donna è quella che deve difendere di più la prole. E anche nel corso di questa epidemia, al momento, il fatto che il virus non sia riscontrabile nel liquido amnionico o nel latte confermerebbe questo aspetto”. Un altra conferma di una maggiore prontezza del sistema immunitario nelle donne, indiretta, è dovuta alla maggiore suscettibilità alle patologie autoimmuni, ricordano le esperte. “Gli uomini tendono a essere in generale più suscettibili alle infezioni virali, e in particolare i virus di tipo Sars, hanno mostrato di essere più patogenici nei maschi che nelle femmine, anche nei modelli animali”, riprende Ziche.

Oltre le differenze biologiche: le differenze di genere

Nello stilare la lista di possibili ragioni in grado di spiegare il dato però vanno considerati anche altri aspetti, non meramente biologici, quanto di genere (questione in realtà ben ampia quando si parla di coronavirus, ricordava lo scorso mese un paper su Lancet). Alcuni di questi aspetti di genere possono contribuire o a creare quadri più suscettibili di complicazioni negli uomini o ad aumentare al tempo stesso il rischio di infezione. “Per esempio è stata avanzata l’ipotesi per cui le donne, lavandosi di più, possano ridurre la carica virale e così il rischio di infezioni – va avanti Ziche – o ancora l’abitudine al fumo, che tende a essere maggiore negli uomini, specialmente più in là negli anni, o una maggiore riluttanza maschile a farsi curare per esempio”.

Il caso Covid-19, alla luce di quanto sappiamo oggi, mostra ancora una volta come la stessa condizione possa avere manifestazioni ed esisti diversi in uomini e donne. Un aspetto ben noto a chi si occupa di medicina di genere e che non può essere ignorato, tanto nella comprensione dei fattori di rischio quanto nella considerazione dei risposta ai farmaci, come chiesto di recente anche da un editoriale su Lancet. Perché anche gli effetti ai farmaci, ricordano le farmacologhe sono diversi, in termini di efficacia o metabolismo, nei due sessi. “Situazioni come queste ricordano anche quanto sia importante conoscere di più anche su questi aspetti”, conclude Ziche.

Via: Wired.it

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Credits immagine di copertina: Adrien Delforge on Unsplash