Vitamina D contro la perdita del gusto e dell’olfatto da coronavirus: che prove ci sono

vitamina D

Contro la perdita dell’olfatto e del gusto, due sintomi tipici della Covid-19, potrebbe correre in aiuto la vitamina D. A sottolinearlo è una lettera appena pubblicata sulla rivista American Journal of Physiology – Endocrinology and Metabolism e scritta da un team di ricercatori, tra cui quelli l’Idi-Ircss di Roma, Isa-Cnr di Avellino, l’ospedale Sant’Andrea di Roma e l’americana Augusta University, in Georgia. Secondo gli esperti, coordinati da Francesco Facchiano del Dipartimento di oncologia e medicina molecolare dell’Istituto superiore di sanità (Iss), mantenere i normali livelli plasmatici di vitamina D non solo può giocare un ruolo nel ridurre i rischi di infezioni acute delle vie respiratorie, ma potrebbe essere importante per il trattamento di due sintomi tipici del coronavirus, ossia l’anosmia e l’ageusia.

La vitamina D aiuta il sistema immunitario?

Che la vitamina D possa essere un’alleata nella lotta contro il nuovo coronavirus in grado di ridurre i sintomi della Covid-19, è un’ipotesi in circolazione ormai da tempo, anche se finora non ci sono prove che dimostrino il suo ruolo protettivo. Uno recente studio della Northwestern University, per esempio, ha suggerito una potenziale associazione tra livelli più alti della vitamina (o meglio normali, cioè quando non c’è un deficit, condizione comune nella popolazione generale) e una diminuzione del tasso di letalità (sintomi meno gravi) della Covid-19. Secondo lo studio, la spiegazione risiede nella regolazione della risposta immunitaria. Nei pazienti con sintomi gravi da Covid-19, infatti, il sistema immunitario innesca la cosiddetta cascata di citochine, con una eccessiva risposta infiammatoria. Secondo lo studio, la vitamina eviterebbe che il sistema immunitario diventi così tanto reattivo, regolando i livelli delle citochine e, di conseguenza, l’infiammazione. 

Il possibile ruolo protettivo

A indagare il ruolo della vitamina contro l’infezione del nuovo coronavirus, è stato anche Hrvoje Jakovac, dell’Università di Rijeka, in Croazia, in una lettera pubblicata ad aprile scorso sempre sulla rivista American Journal of Physiology – Endocrinology and Metabolism, nella quale proponeva un potenziale effetto benefico della vitamina D. “Sulla base di un’ampia meta-analisi pubblicata nel 2017 che riporta una revisione sistematica di studi randomizzati controllati confermiamo ciò che ha proposto il collega croato, ossia il potenziale impatto benefico dell’integrazione di vitamina D contro le infezioni acute delle vie respiratorie”, spiega Facchiano. “Inoltre, sottolineiamo che l’anosmia e l’ageusia, sintomi osservati nei pazienti affetti da Covid-19, sono state rilevate anche in soggetti con deficit di vitamina D”. 

In letteratura, aggiunge l’esperto, viene anche riportato che i pazienti affetti dalla sindrome di Kallmann, una rara forma congenita di ipogonadismo ipogonadotropico, presentano spesso diverse caratteristiche comuni ai pazienti affetti dalla Covid-19 come l’anosmia, una maggiore frequenza della malattia nel sesso maschile e bassi livelli di vitamina D. “Attualmente sono in corso numerosi trial clinici, ad esempio negli Stati Uniti, che mirano a testare l’integrazione della vitamina D nei pazienti con Covid-19 in combinazione con altri farmaci e a confrontare l’effetto di dosi elevate rispetto alle dosi standard”, concludono gli autori della lettera. “I risultati di questi studi saranno fondamentali per verificare l’utilità di un’integrazione di vitamina D per i pazienti Covid-19”.

Riferimenti: American Journal of Physiology – Endocrinology and Metabolism

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Credits immagine di copertina: Andres Siimon/Unsplash

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