Monica Baroni (a cura di)Streghe madonne e sante postmoderneMeltemi, 2002pp. 167, euro 15,50“Oggi siamo di fronte alla definitiva mediatizzazione del femminile, al suo farsi racconto popolare, quotidiano, materia prima dell’immaginario”. Così, nell’introduzione al libro, Monica Baroni esplicita l’intenzione di indagare la rappresentazione culturale del femminile e fare la cartografia delle sue trasformazioni. Madonna, Erika di Novi Ligure, Monica Lewinsky, Lara Croft e Lady Diana, sono alcuni dei personaggi scelti come case study. Le autrici e gli autori dei saggi li usano anche come termometro dello stato di salute delle categorie di vero e di falso nella società dell’immagine, incrociando strumenti interpretativi presi a prestito dai testi di Jean Baudrillard, dalla semiotica e dalla teoria femminista. In passato è stata soprattutto la letteratura, innanzitutto quella filosofica e scientifica, a costruire l’essenza della donna come alterità che sfugge ma allo stesso tempo conferma la norma incarnata dal maschile. Oggi, sono i modelli di simulazione della realtà messi all’opera dai media a perpetuare quello schema e a funzionare come nuove tecnologie di riproduzione dei generi. Secondo la curatrice del libro, il “successo” di questi personaggi mediatici è dunque legato a doppio filo alla ripetizione in chiave pop di una trama, di un plot che, pur reinterpretato in base a tensioni sociali e culturali del presente, appartiene a tutta la tradizione discorsiva occidentale: la rappresentazione dell’alterità del femminile come eccedenza. “La donna, come segno della differenza, è mostruosa”, diceva Rosi Braidotti, e giocando con l’etimo del “mostro” se ne ricavano molteplici suggestioni: il termine latino “monstrum” indica in primo luogo un oggetto voyeuristico da mostrare, da esibire e ciò che lo trasforma in uno spettacolo vivente è proprio l’eccedenza rispetto ad una norma. Alla fine del XVIII secolo, Geoffrey de Saint Hilaire classifica i “mostri” in base all’eccesso, alla mancanza o alla dislocazione degli organi, mentre ancora sopravvive saldamente la teoria che attribuisce all’immaginazione materna il potere di “impressionare” il feto, causando malformazioni e anomalie corporee. Contemporaneamente all’accrescimento dell’attenzione dello sguardo medico sulla teratologia, aumenta anche il fenomeno dello sfruttamento dei “mostri” per l’intrattenimento, con i freak-shows e l’esibizione pubblica nei circhi. I “mostri pop” che vengono “vivisezionati” nel libro riassumono in sé queste caratteristiche: sono corpi e soggetti marcati da un eccesso ed è proprio l’eccesso che viene messo in scena ed esibito dai media. Il personaggio di Madonna ne fornisce un buon esempio: il suo continuo trasformismo la rende corpo testuale, una collezione di esistenze separate, e come sostiene l’autrice del saggio, è proprio dall’esibizione di questo eccesso di citazioni che si alimenta il suo potere seduttivo e deriva la sua presa sull’immaginario collettivo. E questo è un libro che a sua volta eccede. A volte lo fa nell’uso di un linguaggio da addetti ai lavori avvezzi ai quadrati semiotici. Ma, soprattutto, lo fa offrendoci un’occasione critica per forzare la logica unidirezionale che regola la comunicazione nei mass-media, aprendone la scatola nera, svelandoci alcuni trucchi del suo funzionamento e decrittandone alcuni codici. In particolare, facendoci notare come l’informazione sia trasmessa attraverso tecniche ed espedienti narrativi che sono gli stessi usati nella fiction e nel racconto. “Occorre una trama che catturi l’estesia collettiva, e la trama necessita di colpi di scena, di figure esemplari, di prevedibilità rassicuranti e di imprevisti minacciosi, di molle emotive che favoriscono l’immedesimazione o il distacco e la condanna”. Un fatto, non è mai un semplice fatto





