Perché abbiamo bisogno di più donne nella scienza

Credit: George Joch / courtesy Argonne National Laboratory

Le donne che decidono di intraprendere una carriera accademica in ambito scientifico e tecnologico (il cosiddetto settore STEM) si trovano spesso a fronteggiare più pregiudizi o ad essere meno pagate dei loro colleghi e, malgrado le loro capacità raggiungono con più difficoltà le posizioni ai vertici. Secondo i dati raccolti dall’Onu, malgrado la percentuale di studentesse e dottorande nello STEM sia intorno al 50%, solo il 20% dei professori ordinari è donna. Dal 2015, la giornata dell’11 Febbraio è stata dedicata dalle Nazioni Unite alle scienziate, per combattere i pregiudizi e promuovere la parità di genere anche nel mondo della ricerca scientifica.

Elisa Molinari, ordinaria di Fisica della Materia all’Università di Modena e Reggio Emilia, membro dell’Istituto Nanoscienze del CNR, e coordinatrice di ‘MaX’, uno dei nove centri di eccellenza europei per le applicazioni del supercalcolo scientifico, lavora da sempre per promuovere le carriere delle donne nella scienza. Abbiamo chiesto a lei perché, ancora oggi, abbiamo bisogno dell’impegno di tutti per promuovere le carriere femminili nel mondo accademico.

Perché una Giornata Internazionale delle Donne e delle Ragazze nella Scienza?
È una buona idea dell’Unesco per far riflettere tutti in una prospettiva internazionale. È utile per misurare i progressi che indubitabilmente abbiamo visto negli ultimi anni, per renderci conto di quanta strada c’è ancora da fare ed è anche una buona occasione per dire alle ragazze che la scienza può essere una prospettiva appassionante e realistica per il loro futuro. Questo primo anno l’iniziativa è partita in fretta e forse per questo in sordina, almeno in Italia: un’occasione mancata. Ma conto che dall’anno prossimo sapremo far meglio e troveremo anche i media più attenti.

Perché è importante promuovere e incoraggiare la partecipazione delle donne alla ricerca scientifica?
Lo è per diversi motivi. In primo luogo perché c’è bisogno di più persone nella ricerca: ci sono ambiti emergenti, dal calcolo scientifico alla scienza e all’analisi dei big data, dove servono più persone qualificate di quante che oggi in Italia riusciamo a formare. Lo stesso vale per diversi settori della fisica o dell’ingegneria, per citare i casi che conosco meglio. Donne e ragazze costituiscono un giacimento di capacità: un loro maggiore coinvolgimento nella scienza aiuterebbe a soddisfare i bisogni del sistema produttivo. Già oggi, e ancor più in futuro se il paese saprà andare nella direzione di uno sviluppo sempre più basato sulla conoscenza. Una seconda ragione riguarda i benefici della diversità: le donne hanno capacità, attitudini e competenze diverse dagli uomini, un ambiente di lavoro in cui donne e uomini siano ugualmente rappresentati funzionerebbe meglio. Le donne hanno dinamiche di interazione diverse, una maggiore attenzione a percorsi laterali. Lavoriamo con le stesse equazioni e lo stesso metodo scientifico, ma spesso vediamo strade diverse nella ricerca. Con vantaggi per tutto il gruppo. Ma avere più donne nella ricerca dunque è importante per la società in generale. E poi è certamente meglio per le donne avere più ampie possibilità di scelta, accedere ad ambiti che diano nuovi spazi e capacità di influire sul mondo. Raggiungere posizioni importanti, in settori determinanti che hanno un impatto sulla società, non solo per gratificazione personale ma anche per rendere la società più a misura di donna. Infine, quando la ricerca è solo maschile si possono trascurare aspetti importanti. La medicina è il caso più evidente, le donne oggi sono determinanti nello studio di fenomeni che dipendono dal genere e che sono stati trascurati per decenni. Ma lo stesso avviene sempre di più negli studi sociali e anche nelle tecnologie: non a caso si comincia a investire sulla ‘gendered innovation’”.

Qual è la situazione attuale?
La situazione delle donne nella scienza è generalmente paragonata ad una conduttura che perde: ai livelli accademici più bassi, fino al dottorato e anche al post-dottorato, in Italia abbiamo una sostanziale parità nelle percentuali di uomini e donne anche nelle scienze dure. Man mano che si procede verso posizioni più strutturate e avanzate nella carriera, la percentuale di donne decrescere, fino ad arrivare un completo sbilanciamento a favore degli uomini ai livelli più alti”.

Perché le donne rimangono “indietro”?
In Italia, la necessità di restare a lungo in situazioni di incertezza lavorativa ha certamente un peso determinante soprattutto per le donne. In Francia, dove l’accesso a posizioni a tempo indeterminato nella ricerca avviene molto prima, e la maternità è sostenuta in molti modi, la percentuale di ricercatrici è più alta che in Italia. Così ci sono più donne e i laboratori diventano anche più adatti e ospitali per le donne. E magari le ragazze trovano donne a cui ispirarsi e appoggiarsi all’inizio della loro carriera. Un altro fattore che oggi può penalizzare le donne è il modo in cui si parla e promuove l’eccellenza. Non perché le donne non possano eccellere quanto o più degli uomini, ma per una questione di approccio. Generalmente la loro attitudine è più critica e autocritica, le donne tendono a non nascondere i loro lati ‘deboli’ e non sbandierano i loro punti di forza. Sono meno propense a presentare progetti che enfatizzino l’eccellenza individuale, esitano a candidarsi per posizioni di ‘potere’. Anche per questo restano indietro. Ma vorrei sottolineare che i problemi incontrati dalle donne nella scienza evidenziano alcuni problemi più generali della ricerca di oggi. Le donne hanno spesso un approccio e una prospettiva diversa dagli uomini per cui gli effetti negativi sono per loro più accentuati. Ma ci sono anche tanti uomini che soffrono delle stesse difficoltà, e spesso sono i migliori”.

Cosa facciamo in Italia per colmare questo divario?
Non si fa abbastanza. Esistono all’interno delle varie università e degli enti di ricerca i comitati per la parità, che cercano di ragionare soprattutto sulle opportunità e sulle condizioni di lavoro. Ma sono pochi i casi in cui atenei ed enti hanno davvero cercato di incentivare la presenza delle donne nella scienza. Si potrebbe farlo anche con le regole attuali. All’università di Trento, per esempio, il rapporto tra uomini e donne è ancora particolarmente sbilanciato: per riequilibrarlo si è deciso di incentivare il bilanciamento tra i generi nelle nuove assunzioni a chiamata. Si potrebbe fare molto di più. Per fare un paio di esempi concreti: nella valutazione dei dipartimenti, premiare quelli più attenti alle diversità e alla parità di genere e ripensare i criteri di valutazione che prevedono limiti temporali in modo da tenere conto di eventuali rallentamenti di carriera dovuti a situazioni familiari. Nei bandi dello European Research Council, i finanziamenti di inizio carriera estendono di 18 mesi i vincoli temporali per le donne che hanno avuto un bambino. In alcuni bandi italiani, come quelli ANVUR per l’abilitazione scientifica nazionale, abbiamo ottenuto qualcosa del genere ma i mesi in più sono solo cinque, quelli della maternità obbligatoria. Dobbiamo chiedere che si faccia uno sforzo per introdurre miglioramenti concreti in questi e in altri settori”.

Cosa direbbe alle giovani donne che si apprestano a iniziare una carriera scientifica?
“Nella mia esperienza personale io mi sono spesso trovata ad essere l’unica donna in diverse situazioni: questo di per sé non è un problema insormontabile. Ho però percepito in varie occasioni un pregiudizio di fondo che porta a dare più fiducia e più peso agli che alle donne, a riconoscere meno il valore di un contributo se viene da una donna. E poi, agli uomini difficilmente viene in mente di proporre una donna per un ruolo di responsabilità. È paradossale, ma un trucco per superare questi pregiudizi è stato quello di ottenere prima un riconoscimento delle proprie qualità… all’estero. A chi si appresta e vuole cominciare una carriera scientifica mi sento di dire due cose. Primo: pensare in prospettiva, e al momento di fare delle scelte abituarsi a prevedere anche il passo successivo. Questo non vuol dire necessariamente optare solo per quelle che sono ritenute le strade migliori e più sicure. Anche scelte non convenzionali possono funzionare, ma fatte con consapevolezza. E infine, abituarsi a darsi degli obiettivi e a fare delle battaglie, non solo per se stesse, e non temere di chiedere aiuto. Anche ai colleghi uomini”.

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