Ebola potrebbe varcare i confini del Congo

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(Foto: Flickr/CC)

Il rischio che l’epidemia di ebola esca dai confini del Congo e minacci la salute di altre popolazioni africane è molto alto. L’epidemia conta 188 casi tra confermati e probabili e 118 morti ma il Ministero della sanità congolese ha segnalato che il numero giornaliero di nuovi malati sembra aumentare più velocemente rispetto alla media dei mesi scorsi, quando si registravano una o due persone al giorno. “Siamo molto preoccupati per la possibilità che il virus si diffonda in Uganda, ma anche in Ruanda, Sud Sudan e Burundi. Stiamo lavorando a stretto contatto con questi governi perché si possa agire tempestivamente contro ebola”, ha dichiarato  Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, in occasione di una recente riunione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Questa per la Repubblica Democratica del Congo (RDC) è la decima epidemia di ebola da quando il virus venne riscontrato per la prima volta nel Paese, nel 1976.

Ebola nelle zone di confine

L’OMS e il Governo della RDC, coadiuvati dai volontari della Croce Rossa e da altre organizzazioni non governative, si trovano a fronteggiare molteplici sfide nella quotidiana lotta al virus ebola, responsabile di una violenta febbre emorragica e potenzialmente letale (il tasso di mortalità medio della malattia è pari al 50%).

L’epicentro dell’epidemia, infatti, si trova nella provincia del Nord Kivu, a Beni, dove inizia il Parco Nazionale del Virunga, non lontano dal confine con l’Uganda. Il fatto che il focolaio principale dell’epidemia si trovi proprio in questa zona aumenta il pericolo di diffusione. Non solo perché i confini sono spesso varcati dalla popolazione ma anche perché nella provincia del Nord Kivu, densamente popolata, sono attivi diversi gruppi armati che continuano a sferrare violenti attacchi e che ad oggi hanno causato nell’area oltre 1 milione di sfollati (dati UNHCR). Questa situazione di precarietà e grave disagio facilita la diffusione del virus, che può trasmettersi tra gli esseri umani per contatto con sangue, secrezioni infette e superfici contaminate.

Ultimamente nelle vicinanze di Beni c’è stato un aumento della frequenza e dell’intensità degli attacchi. Il più recente, attribuito a un gruppo noto come forze alleate democratiche (ADF) e avvenuto il 22 settembre, ha causato la morte di 21 persone. Questi episodi di violenza indiscriminata costringono alla sospensione delle operazioni sanitarie per ore o giorni. “Ma quando siamo bloccati, sappiamo bene che ebola non lo è. ebola ottiene quindi un vantaggio” ha enfaticamente dichiarato il direttore generale dell’OMS Dr. Tedros Adhanom Ghebreyesus.

Poca fiducia nelle cure

Ad ostacolare gli sforzi contro l’epidemia sono anche alcune famiglie, che non si fidano della campagna di contrasto all’ebola e preferiscono le pratiche della medicina tradizionale, contribuendo alla diffusione geografica della malattia. Su diversi media circolano voci e notizie imprecise che mettono in dubbio l’efficacia dei trattamenti e della vaccinazione ad anello. Una strategia che prevede la somministrazione del vaccino Vsv-Zebov, considerato ancora sperimentale, alle persone a più alto rischio. Quelle, cioè, che sono entrate in contatto con individui colpiti dalla malattia, procedendo poi per gradi per vaccinare pure i “contatti dei contatti”, allo scopo di creare una barriera alla propagazione del virus.

L’opposizione della popolazione alle cure è sfociata anche in episodi di violenza. Martedì 2 ottobre a Butembo, nel Nord Kivu, due operatori della Croce Rossa sarebbero stati attaccati e feriti gravemente da esponenti della comunità locale, mentre si occupavano della sepoltura sicura di alcune vittime della malattia: una pratica fondamentale per limitare i focolai epidemici. A settembre, nella stessa provincia, un volontario era stato ferito dal lancio di pietre mentre viaggiava su un veicolo, sempre addetto alla sepoltura dei morti causati da ebola.

“Denunciamo categoricamente l’attacco ai nostri colleghi, ma allo stesso tempo comprendiamo la paura e la frustrazione che molte comunità della provincia del Nord Kivu stanno vivendo”, ha dichiarato il direttore regionale per l’Africa della Federazione internazionale delle società della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa (FICR).

“L’impegno della comunità è parte critica di ogni risposta alle epidemie e, in generale, abbiamo coinvolto con successo le popolazioni locali nella prevenzione della trasmissione di ebola – spiega il direttore dell’OMS Tedros Adhanom – ma ora stiamo assistendo a sacche di sfiducia della comunità, soprattutto attorno a Ndindi, che è il luogo in cui si sono verificati molti dei casi più recenti. Un numero piccolo ma significativo di persone rifiuta i controlli periodici dopo le cure o rifiuta di essere trattato nelle unità specializzate”. L’OMS sta lavorando a stretto contatto con i leader religiosi, i gruppi di giovani, le donne e le famiglie stesse per affrontare il problema.

La lunga coda di ebola

Il clima di paura e sfiducia, dunque, sta estendendo la lunga coda dell’epidemia, facilitando la diffusione di ebola al confine tra Congo e Uganda, dove alcuni casi sono già stati confermati e sembrano essere in aumento, ad esempio a Tchomia, nella provincia di Ituri, a circa 200 chilometri da Beni. E c’è un’altra notizia preoccupante: almeno un’infezione si è verificata all’interno di una “zona rossa”, termine che indica un’area altamente insicura e di difficile accesso, controllata proprio dai gruppi armati.

Finora, più di 13.700 persone sono state vaccinate e l’OMS sta lavorando senza sosta, assieme al governo della RDC, per sconfiggere questa decima epidemia. La strategia di vaccinazione ad anello, circa mezzo secolo fa, si è mostrata efficace contro il vaiolo, ma resta da capire se e quanto possa funzionare in una zona di confine tanto pericolosa, dove i soli sforzi sanitari potrebbero non bastare. Come ha sottolineato Tedros Adhanom a conclusione del suo discorso al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite “questa epidemia si sta verificando nel contesto di bisogni umanitari molto più ampi, in un paese il cui popolo ha sofferto enormemente per diversi decenni”.

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