Contro ebola, una vaccinazione sperimentale

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Ebola è tornata in Africa, è tornata nella Repubblica Democratica del Congo (Rdc). Esattamente un anno fa, infatti, veniva annunciata la presenza di una nuova epidemia di ebola nella Rdc. Allo scoppio dell’epidemia allora le discussioni si erano anche focalizzate su quali fossero le strategie più adatte per combattere la malattia. Perché, rispetto al passato – anche solo alla recente e terribile epidemia che colpì l’Africa Occidentale tra il 2013 e 2016 e che causò oltre 11 mila morti – tra le armi a disposizione contro il virus era arrivato nel frattempo anche un vaccino. Oggi l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha dato il suo supporto all’utilizzo di quel vaccino tra la popolazione ad alto rischio della Rdc. Giudicando questo il momento adatto per mettere in campo tutte le armi a disposizioni nella lotta contro ebola. Anche quelle ancora non ufficiali.

Il vaccino in questione, Vsv-Zebov, è infatti considerato un vaccino ancora sperimentale.

Ma, come raccomandato lo scorso anno dallo Strategic Advisory Group of Experts on Immunization (Sage) dell’Oms, in caso di comparsa di un focolaio prima dell’arrivo dell’autorizzazione, il vaccino avrebbe dovuto essere reso disponibile, sotto forma di uso compassionevole del farmaco, volontario e previo consenso informato. E così è stato fatto: al momento, rende noto l’Oms, oltre 7.500 dosi del vaccino sono disponibili nella Rdc, altre 8mila verranno messe a disposizione nei prossimi giorni e la vaccinazione è già cominciata.

Si tratta di una vaccinazione cosiddetta ad anello, in cui sostanzialmente vengono identificati come beneficiari della vaccinazione le persone a più alto rischio, quelle che sono state a contatto con le persone colpite dalla malattia e procedendo quindi per gradi allargando l’anello. Complessivamente questo significa che la popolazione vaccinabile è costituita dai contatti e dai contatti dei contatti delle persone infette, quindi dal personale sanitario e non impegnato nelle aree colpite e in quelle a rischio di espansione. L’idea dell’anello tende rintracciare il prima possibile e a proteggere quella popolazione potenzialmente esposta al virus, e quindi con una maggiore probabilità di contrarre la malattia, che ricordiamo, può trasmettersi tra gli esseri umani tramite contatto di sangue e secrezioni infette (urina, saliva, feci, sudore, latte materno, vomito, e sperma) e superfici contaminate. Al tempo stesso la vaccinazione ad anello mira a creare una sorta di cuscinetto intorno alle persone infette, impedendo la diffusione della malattia, ricordano da Gavi, The Vaccine Alliance, che insieme a Medici Senza Frontiere, l’Unicef e altre organizzazioni e istituzioni stanno gestendo la campagna di vaccinazione.

Al momento la situazione nella Rdc è di tre aree colpite, nella provincia dell’Equatore (nelle zone di Bikoro, Iboko e Wangata, la cui esatta posizione sulle mappe è stata oggetto di discussione), dove complessivamente sono stati segnalati 58 casi (tra confermati e sospetti) e 27 morti, mentre oltre 600 sono i contatti rintracciati per identificare l’anello potenzialmente vaccinabile della popolazione a rischio. La ricostruzione delle catene di trasmissione, infatti, per rintracciare tutte le persone potenzialmente coinvolte è fondamentale nella strategia di vaccinazione ad anello.

Ma si tratta di una sfida tutt’altro che facile, come ha commentato Matshidiso Moeti, a capo dell’ufficio regionale dell’Oms per l’Africa: “Mettere in piedi una vaccinazione ad anello per ebola è una procedura complessa: i vaccini devono essere mantenuti a una temperatura compresa tra i -60-90°C e trasportarli e conservarli nelle aree colpite è un problema”. La questione non è solo dunque quella di avere un vaccino ma anche di trovare il modo di somministrarlo, in zone non sempre semplici da raggiungere e in un contesto umanitario tutt’altro che sereno, segnato da conflitti, tensioni e malnutrizione. E in condizioni non sempre facili da comprendere e da comunicare: nei giorni scorsi, per esempio, si è avuto notizia di tre persone che hanno lasciato l’ospedale nel quale erano ricoverate, e due di loro sono poi decedute.

Lavorare nella Repubblica democratica del Congo è difficile, conferma anche a Wired Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell’Irccs Lazzaro Spallanzani di Roma, malgrado l’impegno di diverse agenzie internazionali sul campo: “Al momento non possiamo fare delle previsioni: la Repubblica Democratica del Congo ha avuto diverse epidemie di ebola, anche autorisolventesi, la situazione in questo caso è diversa per la presenza del vaccino: è la prima volta che viene utilizzato durante un’epidemia e non alla fine, su larga scala”. Per motivi diversi. La paura della diffusione del virus – i focolai si trovano anche in zone di confine, soggette a spostamento costante della popolazione, nota Ippolito – unitamente alle critiche che in passato hanno colpito l’Oms, accusata di aver ritardato gli allarmi, e alla disponibilità del vaccino, hanno portato oggi all’allestimento della campagna: “Quella ad anello è la stessa strategia che mezzo secolo fa si è mostrata efficace contro il vaiolo, ed è opportuna nel caso in cui si parli di pochi focolai – riprende Ippolito – il suo utilizzo durante questa epidemia ci permetterà di capire non solo la sua efficacia, ma anche di comprendere aspetti legati alla logistica, quali il mantenimento della catena del freddo in queste zone, e di studiare più a fondo gli aspetti legati alla sicurezza del vaccino stesso”.

Vsv-Zebov è infatti un vaccino che i sé mostrato sicuro, ma contiene un virus, quello della stomatite vescicolare, all’interno del quale è inserito il gene di una proteina di superficie del virus di ebola, ceppo Zaire (l’istruzione necessaria al sistema immunitario per preparasi a combattere il virus) e potrebbe rimanere nelle articolazioni dei vaccinati: “In passato sono state osservate artriti in seguito a vaccinazione, nessuna permanente, ma la campagna in corso ci aiuterà anche a chiarire questi aspetti”, conclude Ippolito.

Via: Wired.it

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