Eden Patera, supervulcani su Marte

Il loro è soltanto un nome ufficioso, non utilizzato dalla comunità scientifica, ma che rende bene l’idea di dimensione e portata di questi giganti. Si tratta dei supervulcani: a coniare questo termine furono gli autori di Horizon, un programma televisivo di divulgazione scientifica andato in onda sulla Bbc nel 2000. A quelli terrestri – tra cui Yellowstone, negli Stati Uniti occidentali, e il Taupo in Nuova Zelanda – si è appena aggiunto Eden Patera, un enorme cratere marziano scoperto dagli scienziati del Natural History Museum di Londra e della Nasa, in una zona del pianeta rosso finora ritenuta non vulcanica. Lo studio è stato pubblicato su Nature e, secondo i ricercatori, sarà di estrema importanza per colmare le attuali lacune sulla storia geologica e climatica del pianeta. 

A differenza dei semplici vulcani, i supervulcani sono composti da enormi quantità di materiale collassato e depositi di cenere, piuttosto che da formazioni di lava solidificata attorno alle bocche. I crateri osservati dai ricercatori in Arabia Terra, questo il nome della zona dove si trova Eden Patera, hanno forma irregolare e suggeriscono che i vulcani si siano formati miliardi di anni fa attraverso una serie di massicce eruzioni esplosive e conseguenti collassi, proprio come avviene per i supervulcani terrestri. “Molti vulcani marziani sono facilmente riconoscibili dalla loro struttura a forma di scudo“, racconta Joseph Michalski, ricercatore al Natural History Museum. “Ma si tratta di strutture geologicamente giovani, e ci siamo sempre chiesti dove fossero quelle più antiche. Le abbiamo finalmente trovate in Arabia Terra”. Secondo Michalski, i supervulcani potrebbero essere stati estremamente diffusi su Marte, anche perché miliardi di anni fa la crosta era molto meno spessa di adesso: “Il magma saliva in superficie più rapidamente, prima che potesse liberare gas all’interno della crosta. Se dovessimo appurare che in effetti i supervulcani erano presenti in gran quantità sul pianeta, avremmo una migliore comprensione della formazione dell’atmosfera e dei sedimenti di cenere sul suolo e anche di quanto fosse abitabile la superficie”.

Le osservazioni degli scienziati sembrano essere coerenti con la scoperta di depositi poleverosi di materiale stratificato osservati dai rover della Nasa, tra cui Curiosity, nei siti di sbarco Meridiani Planum e Gale. Secondo Michalski, vale la pena di continuare con ricerche di questo tipo: “Il vulcanismo è strettamente legato a ogni aspetto dell’evoluzione geologica di Marte. Meglio lo comprendiamo e meglio capiremo il pianeta come sistema complesso“. Soprattutto se è vero che un giorno ci andremo anche noi.

Via: Wired.it

Riferimenti: Nature doi:10.1038/nature12482

Credits immagine: ESA/Mars Express/Freie Universitat Berlin

Credits video: Nature video

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