Categorie: Società

Egitto in provetta

Agli albori della civiltà islamica Avicenna e Al Farabi, “padri” della medicina e della filosofia, si interrogavano sulla possibilità di ottenere una gravidanza senza rapporti sessuali. Oggi la procreazione assistita è diventata realtà e anche nei paesi musulmani coppie sempre più numerose si rivolgono a centri medici specializzati per

risolvere i loro problemi di infertilità. Solo in Egitto si contano ben 22 centri che praticano la fecondazione artificiale, e di questi 15 sono in una sola città: Il Cairo. Naturalmente il fenomeno non ha mancato di suscitare polemiche e discussioni tra quanti tentano di distinguere tra le tecniche moralmente accettabili e quelle inaccettabili. In Occidente, dove pure vengono discussi gli stessi problemi, di tali dibattiti non è mai giunta la minima eco. Eppure potrebbero offrire parecchi spunti di riflessione e nuovi punti di vista, dato che riguardano paesi in cui la sensibilità religiosa, i problemi sociali e sanitari sono assai diversi da quelli a cui siamo abituati.

“L’Egitto è stato, contemporaneamente all’Arabia Saudita, il primo paese del Medio Oriente ad aprire un centro di inseminazione artificiale, e la prima bambina concepita in provetta, di nome Heba, è nata nel 1987”, spiega Mohamed Aboulghar, direttore dell’Egyptian In Vitro Fecondation Center, il centro più grande della regione che esegue ben 2000 cicli di inseminazione l’anno. “Tuttavia da noi”, continua Aboulghar, “la riproduzione assistita presenta una serie di problemi correlati. In primo luogo nei nostri paesi ci sono emergenze mediche che hanno la priorità, senza contare il grave problema della sovrappopolazione. Di conseguenza gli studi nel campo dell’inseminazione artificiale sono scarsi e dobbiamo importare tecniche, medicine e strumenti dall’estero. Inoltre, data la sensibilità dell’opinione pubblica, nessun programma di riproduzione assistita può essere stabilito senza tenere conto dei sentimenti religiosi dei musulmani e delle minoranze cristiane”. Nei paesi del Medio Oriente, infatti, le coppie che non riescono ad avere un figlio vivono spesso un conflitto fra il forte desiderio di sottoporsi alle nuove tecniche di inseminazione artificiale e il timore di infrangere le loro tradizioni morali e religiose.

Eppure le autorità religiose musulmane hanno preso una posizione chiara sull’argomento fin dal 1980, dice Aboulghar: “In quella data nell’Università islamica di Al Azhar, sede di uno dei centri di studio sull’Islam più prestigiosi al mondo, venne deciso che l’inseminazione artificiale era legittima, purchè fosse eseguita da medici competenti, non prevedesse l’uso di cellule di persone estranee alla coppia sposata e la gravidanza non dovesse essere portata avanti nell’utero di un’altra donna”.

Sì all’inseminazione omologa, dunque, e no invece a ogni tecnica che preveda la necessità di terze persone nella gravidanza, cosa ritenuta pari a un adulterio. Questo divieto si spiega per l’importanza fondamentale che la famiglia riveste per un musulmano, il quale è tenuto a vegliare su di essa, a onorare i genitori e soprattutto a portare una devozione particolare per la madre. “In un contesto del genere è inammissibile l’intervento di estranei, che potrebbero provocare nel bambino prima e nell’adulto poi delle vere e proprie crisi di identità”, spiega Ashraf Farag Rahman, un ginecologo egiziano che oltre a occuparsi di inseminazione artificiale cerca di stabilire un dialogo sui temi della bioetica fra l’Italia e il Medio Oriente.

Dal canto suo, anche la Chiesa cristiana Copta, cui appartiene il 6% degli egiziani, insiste sull’importanza che ovuli e spermatozoi vengano forniti esclusivamente dalla coppia che si sottopone ai cicli di inseminazione, ma ammette la possibilità dell’”utero in affitto”.

“Mentre la posizione delle religioni è piuttosto chiara, nella discussione sulla fecondazione assistita manca ancora una voce decisa da parte dei governi”, conclude Aboulghar, “per esempio in Egitto fino ad ora non abbiamo ottenuto una normativa chiara nel settore. Nel 1989 è stata in effetti approvata una legge basata su alcuni accordi raggiunti dall’ordine dei medici, dalle autorità islamiche e dalla Chiesa Copta. Tuttavia il dibattito tra scienziati e legislatori è ancora aperto e noi speriamo che la ricerca scientifica e gli sforzi comuni riescano a farsi largo. Anche in un paese come l’Egitto, in questo momento gravato da pesanti problemi economici”.

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