Un’altra bomba è pronta a scoppiare in Afghanistan: la tubercolosi. Non che fosse assente prima della guerra, ma ora è una vera e propria emergenza sanitaria pubblica. L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima 70 mila nuovi casi di malattia ogni anno, circa 15 mila decessi e un tasso di incidenza tra i più alti al mondo: 325 abitanti ogni 100 mila, nell’arco di un anno, sono affetti dalla tubercolosi. Nei campi profughi la situazione più a rischio: molti non hanno accesso ai servizi sanitari, perché distanti e insufficienti. Manca tutto: dai vaccini agli strumenti diagnostici, dal personale preparato alla tecnologia informatica indispensabile. Il sovraffollamento dei campi è inoltre l’arma più efficace per un bacillo che viaggia lungo le vie aeree. “Prova a mettere della gente in uno spazio compresso, in un periodo di grande stress, e otterrai quel tipo di situazione che preannuncia un’epidemia”, afferma Mario Raviglione, supervisore per conto dell’Oms dei programmi anti-tubercolosi, al quale abbiamo posto alcune domande sul problema.
Dottor Raviglione, come giudica la situazione nei campi profughi?
“La vulnerabilità alla tubercolosi nei campi profughi dipende sostanzialmente dalla situazione di base delle popolazioni che vivono in questi campi. Nel caso dell’Afghanistan, il tasso di infezione tubercolare latente è altissimo. Considerando che la malattia si sviluppa in seguito a un’infezione contratta tramite il contatto con un malato e che il rischio viene aumentato da condizioni di vita disagevoli, si intuisce che la situazione dei campi profughi non fa altro che amplificare il pericolo della diffusione della tubercolosi”.
In che modo viene curata attualmente l’infezione in Afghanistan e quale sarebbe, invece, la terapia giusta?
“L’Oms stava portando avanti un sostegno al programma nazionale per la lotta alla tubercolosi grazie a fondi norvegesi e italiani, già prima dell’ultima guerra. Il piano prevede l’espansione dell’accesso al Dots (Directly Observed Treatment Short-course), la strategia internazionalmente accettata per curare i malati di Tbc. Essa si basa sull’uso di un esame batteriologico per identificare i casi, un regime di trattamento con quattro farmaci per i primi due mesi e con due farmaci per il resto della terapia di sei mesi totali, somministrati con supervisione diretta e con un sistema di monitoraggio specifico. Se ci fossero mezzi a disposizione e se si potesse lavorare all’interno del Paese, il controllo della tubercolosi sarebbe possibile. Il problema sta nell’assenza di un servizio sanitario di base che funzioni”.
Da cosa deriva l’accresciuta e multipla resistenza ai farmaci anti-Tbc?
“Il bacillo tubercolare può sviluppare una resistenza agli antibiotici grazie a un meccanismo di selezione di ceppi spontaneamente mutanti. Ciò avviene quando si usano terapie inadeguate, per esempio un solo farmaco. In tal caso, si riuscirà a uccidere tutti i bacilli esistenti meno il mutante, che è naturalmente resistente. Per cui, il malato, dopo una fase iniziale di apparente miglioramento, ritornerà con una forma di malattia causata da un ceppo resistente al farmaco usato in precedenza. Questo processo può poi continuare con altri farmaci, creando così la multi-resistenza. Purtroppo, data la situazione politica dell’Afghanistan negli ultimi anni, non abbiamo mai potuto attuare una sorveglianza sulla resistenza”.
A che punto è la ricerca relativa a nuovi farmaci anti-Tbc?
“C’è stata negli ultimi anni una ripresa della ricerca relativa a nuovi farmaci anti-Tbc. Lo scorso anno, la comunità internazionale ha lanciato a tale scopo la Global Alliance for New TB Drug Development, che si propone di spingere l’industria su tale strada. Gli incentivi a sviluppare farmaci che hanno importanza soprattutto nei Paesi in via di sviluppo sono, però, ben pochi. Anche se il rapporto di economia farmaceutica, sponsorizzato dalla Alleanza citata, ha sottolineato che il riscontro sul mercato sarebbe ampio: circa 450 milioni di dollari l’anno (intorno ai 35 milioni di dollari per ogni nuovo farmaco) con una tendenza all’aumento negli anni successivi”.
La Stop Tb Partnership, che comprende anche l’Oms e la World Bank, ha lanciato un Piano globale contro la Tbc. In cosa consiste?
“Si basa su sei aree fondamentali di lavoro. La grande priorità è l’espansione della strategia Dots in modo tale da raggiungere gli obiettivi stabiliti dall’Assemblea Mondiale della Sanità per il 2005: identificare il 70 per cento dei casi esistenti e curarne l’85 per cento. Per questo, l’Oms ha creato un piano che coinvolge tutti i 22 Paesi che raggruppano l’80 per cento dei casi al mondo, nonché le agenzie di assistenza tecnica e i donatori. In secondo luogo, si propone di lavorare sulle necessità specifiche dei Paesi con un’alta frequenza di Tbc/Hiv (Africa e Sud-Est Asiatico) e di multi-farmaco resistenza (ex-Urss, Cina, Perù, e così via.). Infine, di promuovere la ricerca per nuovi farmaci, nuovi mezzi diagnostici e nuovi vaccini. Il costo totale indicato nel piano per il periodo 2001-2005 si aggira sui 9,3 miliardi di dollari, di cui 4,5 ancora da trovare”.
Cosa significa, dal punto di vista etico, investire in Dots?
“Significa promuovere una causa socialmente giusta perché finalizzata a ridurre la povertà e l’ineguaglianza. Non è possibile accettare che i mezzi per curare tutti i malati di Tbc siano concentrati nel nord del mondo, mentre nei Paesi poveri muoiono due milioni di persone ogni anno. Riteniamo che, curando la tubercolosi e altre malattie della povertà, si possa interrompere quel circolo vizioso, in base al quale i non abbienti, proprio perché malati, non hanno la possibilità di migliorare le proprie condizioni di vita, di istruirsi, di essere economicamente produttivi. Dots significa aiutare concretamente lo sviluppo dei popoli e alleviare le sofferenze individuali di milioni di persone”.





