Etiopia, terre fertili alle aziende straniere

Mentre le popolazioni del Corno d’Africa continuano a lottare per la sopravvivenza contro siccità e carestia (vedi Galileo, “In Somalia carastie e siccità senza precedenti“), alcune tra le terre agricole più produttive d’Etiopia, uno degli stati colpiti dall’emergenza, vengono sottratte alle tribù locali per essere affittate ad aziende straniere. La denuncia arriva da Survival International: “Ad essersi accaparrate ampi tratti di terra fertile situata nell’area del fiume Omo, nel sud-ovest dell’Etiopia, sono imprese malesi, coreane e anche italiane, tra cui la Fri-El Green Power“. I terreni saranno utilizzati per la produzione di biocarburanti e la coltivazione di prodotti da esportare. 

Cosa accadrà ai 90 mila indigeni che vi abitano? Secondo Survival, per il momento sono relativamente al riparo dal rischio carestia, ma i cambiamenti che il governo conta di mettere in atto sul loro territorio ne minacciano la sopravvivenza. Il governo li considera “arretrati” e vuole trasformarli da contadini, pastori e cacciatori autosufficienti, quali sono ora, a manovali da impiegare nelle coltivazioni estensive; in alternativa vi è lo fratto dalle terre, unica loro fonte di sostentamento. 

Il progetto prevede anche la costruzione di una serie di dighe sul fiume Omo, tra cui la controversa Gibe III a opera dell’azienda italiana Salini Costruttori. “Alla realizzazione della diga seguirà la costruzione di centinaia di chilometri di canali di irrigazione, che devieranno il corso di acque indispensabili agli indigeni. Queste operazioni priveranno le tribù delle esondazioni stagionali del fiume, che alimentano e rendono possibile le loro coltivazioni”, denuncia ancora Survival. Un’evenienza che, vista l’attuale situazione di emergenza in cui versano alcuni dei territori del Corno d’Africa, non lascia certo tranquilli e che appare in contrasto con quanto auspicato a livello internazionale. Nel vertice convocato lo scorso 25 luglio dalla Fao per trovare soluzioni alla carestia, infatti, gli esperti hanno concordato sulla necessità, oltre che di aiuti immediati per i profughi in fuga dalle zone più minacciate, di interventi specifici a sostegno delle comunità di piccoli contadini, pastori e pescatori.