Emergenza diabete, oltre 415 milioni i malati nel mondo

Diabete
(Immagine: Pixabay)
Diabete
(Immagine: Pixabay)

di Anna Lisa Bonfranceschi e Sandro Iannaccone

WDD come World Diabetes Day. Oggi 14 novembre è la giornata mondiale del diabete. La giornata del cerchietto blu, il logo adottato nel 2007 come simbolo della consapevolezza sul diabete. Giornata che quest’anno si snoda nelle tante iniziative sparse in giro per il mondo e per l’Italia al suon di “Occhi sul diabete”, lo slogan della campagna, scelto a ricordare l’importanza dello screening per identificare i casi di diabete ancora nascosti (soprattutto di tipo 2) e per aprire gli occhi su tutte le sue complicazioni. Perché il diabete non è solo sinonimo di zuccheri che si impennano e iniezioni di insulina.

Un nome, tante malattie
Con il termine diabete – o, più precisamente diabete mellito, lasciando volutamente fuori il diabete insipido, disturbo diverso – si intende un gruppo complesso di patologie, caratterizzate da cause, sintomi e decorso abbastanza diversi tra loro. In generale, si tratta di un disturbo del metabolismo, cioè l’insieme dei processi con cui il corpo umano trasforma il cibo in energia.

In particolare, il nostro sistema digerente è in grado di scindere chimicamente i carboidrati in una molecola più semplice, il glucosio, lo zucchero che poi entra nelle vie circolatorie. A questo punto entra in gioco un ormone, l’insulina, prodotto dal pancreas, che ha il compito di aiutare l’assorbimento del glucosio e la sua conversione in energia che serve al corretto funzionamento di tutti gli organi del corpo.

Dopo aver mangiato, il pancreas rilascia insulina per mezzo delle cosiddette cellule beta (che si trovano raggruppate nelle isole di Langerhans, agglomerati altamente vascolarizzati). È proprio questo il meccanismo inficiato dal diabete: in particolare, la malattia si manifesta nel fatto che l’organismo non è in grado di produrre insulina, o non è in grado di utilizzarla, o entrambe le cose: la conseguenza è che il glucosio si accumula nel sangue anziché essere assorbito dalle altre cellule del corpo. Nel tempo, livelli anomali di glucosio nel sangue danneggiano nervi e vasi sanguigni, portando a complicazioni come disturbi cardiaci, ictus, malattie renali, cecità, disturbi ai denti e piaghe agli arti.

Come già accennato, con i termini diabete mellito si indicano più patologie. In particolare, se ne distinguono tre tipi principali: il diabete di tipo 1, il diabete di tipo 2 e il diabete gestazionale. Il diabete di tipo 1, o insulino-dipendente, anche detto giovanile perché si sviluppa soprattutto in bambini e adolescenti, è la forma più grave della malattia. Si tratta di un disturbo autoimmune, ovvero causato da un attacco anomalo del sistema immunitario che individua (erroneamente) nelle cellule del pancreas dei potenziali nemici dell’organismo. Di conseguenza, i linfociti colpiscono tali cellule e le distruggono, rendendole ovviamente incapaci di produrre insulina. Le cause non sono note con certezza assoluta e sono riconducibili a un mix di fattori tra cui genetica, ambiente e risposta individuale del sistema immunitario.

Il diabete di tipo 2, invece, è una malattia non autoimmune ed è la forma più comune di diabete mellito. Tipicamente, si sviluppa dopo i 35 anni – ragion per cui anche definito diabete dell’adulto – ed è caratterizzato da una produzione insufficiente di insulina da parte delle cellule beta del pancreas e dalla cosiddetta insulino-resistenza: in sostanza, l’insulina, che dovrebbe fungere da chiave per far entrare il glucosio nelle cellule del corpo, non funziona a dovere. Nelle prime fasi della malattia, il fisico tende a rispondere aumentando la produzione di insulina, tenendo così sotto controllo i livelli di glucosio; a lungo andare, però, tale meccanismo non funziona più e le conseguenze dell’insulino-resistenza diventano visibili. Lo stile di vita ha un ruolo molto importante nell’eziologia del diabete di tipo 2 (oltre a una combinazione di vari fattori genetici): in particolare, i fattori che più incidono sono una cattiva alimentazione, e la mancanza di attività fisica e, in misura minore anche lo stress. In particolare, l’obesità è uno dei precursori più comuni del diabete di tipo 2.

Il diabete gestazionale, infine, è quello che si sviluppa nelle donne in gravidanza. In particolare, gli ormoni prodotti dal corpo durante la gestazione aumentano i livelli di insulina necessari a tenere sotto controllo il glucosio nel sangue: la malattia insorge quando l’organismo non riesce a soddisfare tale necessità. Il diabete, di solito, scompare dopo il parto, anche se, talvolta (nel 5-10% dei casi), può cronicizzarsi e trasformarsi in diabete di tipo 2. I bambini nati da donne colpite da diabete gestazionale possono contrarre più facilmente diabete di tipo 2 in età adulta e soffrire di obesità.

I numeri
Stando agli ultimi dati dell’Organizzazione mondiale della sanità, il numero di persone colpite da diabete nel mondo è passato da 108 milioni nel 1980 a oltre 415 milioni nel 2014. La prevalenza globale della malattia, ovvero il rapporto tra eventi osservati in un periodo e numero di persone a rischio nello stesso arco di tempo, ha seguito un trend simile, salendo dal 4,7% del 1980 all’8,5% del 2014; l’incremento più consistente si è osservato nei paesi poveri e in quelli in via di sviluppo. Questi, invece, i dati relativi alla mortalità: nel 2012 sono state 1,5 milioni le morti direttamente causate dal diabete e 2,2 milioni le morti attribuibili a alti livelli di glucosio nel sangue, almeno la metà delle quali relative a soggetti ultrasettantenni. Sempre secondo le proiezioni dell’Organizzazione mondiale della sanità, entro il 2030 il diabete sarà la settima causa di morte a livello globale.

Veniamo alla situazione nel nostro paese. Stando al rapporto Il diabete in Italia, pubblicato ad aprile 2016 dalla Società italiana di diabetologia e riferito ai dati del Ministero della salute e dell’Istat, sono oltre 3 milioni gli italiani colpiti dalla malattia (il 5,4% dei maschi e il 5,4% delle femmine), con un incremento del tasso di prevalenza del 90% negli ultimi 13 anni, dal 3,9% del 2001 al 4,8% del 2014. Tale prevalenza aumenta con l’età, fino a raggiungere il 20,3% nella fascia di persone ultrasettantacinquenni: un’indagine del 2013, in particolare, ha evidenziato che nella fascia 50-69 anni una persona su dieci dichiara di aver ricevuto una diagnosi di diabete. La prevalenza, inoltre, è mediamente più alta nel sud, con il valore massimo registrato in Calabria, e più bassa nel nord, con il valore minimo stimato nella provincia autonoma di Bolzano. Le stime relative all’incidenza, invece, parlano di circa 5-7 nuovi casi di diabete di tipo 2 ogni 1000 persone, senza significative differenze di genere.

Inoltre, in occasione della Giornata del Diabete, Diabete Italia Onlus riporta che nel nostro paese circa 1 milione di persone (pari all’1,6% della popolazione) soffra di diabete di tipo 2 ma non abbia mai ricevuto una diagnosi, e che 2,6 milioni di persone abbiano difficoltà a mantenere le glicemie nella norma, “una condizione che nella maggior parte dei casi prelude allo sviluppo del diabete di tipo 2”. Sommando i dati, si stima dunque che quasi un italiano su dieci (il 9,2% della popolazione), per la precisione, abbia difficoltà nel mantenere sotto controllo la glicemia. Nel 2030 si prevede che le persone diagnosticate con diabete saranno 5 milioni.

Occhi sul diabete, non solo uno spot
Occhi come metafora di vigilanza. Tieni gli occhi aperti su di te, recita lo slogan della campagna di quest’anno. A indicare che il diabete non colpisce all’improvviso, ma manda segnali, che è necessario cogliere per tempo per arginare sintomi e danni. Perché tanti, troppi, convivono col diabete senza averne la consapevolezza. Qualcosa come 193 milioni di persone di persone a livello globale, stima la Federazione internazionale sul diabete (Idf), la maggior parte con diabete di tipo 2. E prima che arrivi la diagnosi la malattia potrebbe aver causato già complicazioni. Si calcola infatti che fino a una persona con due con diabete non abbia avuto diagnosi. Un primo passo, che non costa davvero nulla, potrebbe essere quello di aderire all’Iniziativa della Idf compilando online il test per conoscere il proprio rischio di sviluppare il diabete (test analogo anche sul sito dedicato alla giornata mondiale del diabete).

Se invece sono presenti alcuni dei sintomi – per il diabete di tipo 2 comuni sono sete intensa, frequente bisogno di urinare, aumento dell’appetito, affaticamento, vista sfocata, cistiti, taglietti o piccole ferite che guariscono più lentamente, disfunzione erettile nei maschi e secchezza vaginale nelle donne – o meglio ancora già solo in presenza dei fattori di rischio (vedi sotto) meglio rivolgersi al proprio medico per un eventuale screening della glicemia. Se però nel diabete di tipo 2 i sintomi sono spesso graduali, non sempre definiti e facili da identificare, discorso diverso per il diabete di tipo 1, che si manifesta, soprattutto nei bambini, in maniera più drastica, con esordi acuti spesso associati a febbre, sete, bisogno di urinare spesso, e ancora stanchezza, perdita di peso, pelle secca, respiro pesante, alito acetonemico.

Occhi aperti anche per ricordare l’importanza della prevenzione: fino al 70% dei casi di diabete di tipo 2 potrebbero infatti essere prevenuti adottando stili di vita corretti e facendo risparmiare, ricorda la settima edizione dell’Atlante sul diabete, 160 milioni di casi entro il 2040.

Ma non solo. Gli occhi non sono solo una metafora, sono anche una delle parti del corpo più a rischio con la patologia e la retinopatia diabetica una delle complicanze più diffuse e preoccupanti del diabete. Tanto che si calcola che sia la prima causa di cecità non traumatica in età lavorativa negli adulti e la prima causa di cecità nei paesi sviluppati. In Italia si stima che colpisca un milione di individui. Circa un terzo dei diabetici è a rischio retinopatia: il diabete infatti danneggia i capillari di tutto l’organismo, inclusi quelli della retina, con la comparsa nel tempo di lesioni e ischemie nell’occhio. E se è vero che si può curare – ammesso che sia diagnosticata per tempo – fondamentale rimane la prevenzione, affidandosi alla visita di uno specialista, l’oculista, una volta l’anno per chi soffre di diabete con l’esame del fondo oculare, oltre ai tradizionali controlli dei parametri clinici.

La rivoluzione dell’insulina
Diabete uguale insulina. La scoperta prima, negli anni Venti, poi la creazione in laboratorio, alla fine degli anni Settanta, dell’ormone che regola il metabolismo del glucosio hanno letteralmente stravolto la lotta al diabete. Soprattutto per il diabete di tipo 1, dove l’insulina è IL farmaco, dal momento che il corpo ne ha bisogno per sopravvivere ma non viene prodotta (o non viene prodotta a sufficienza). Ma anche molti di coloro che soffrono di diabete di tipo 2 hanno bisogno di ricorrere all’ormone per gestire i livelli di zucchero, quando il pancreas non la produce più o diventa insufficiente e poco aiutano i farmaci che ne stimolano l’azione o il rilascio. Ma cosa fa esattamente l’insulina? L’insulina è un ormone che, tra l’altro, aiuta le cellule a far pieno di carburante per produrre energia: il glucosio. Senza le cellule sono incapaci di captare il glucosio e bruciano altre fonti di energia, come i grassi, con la conseguente produzione di chetoni, che se si accumulano possono diventare tossici, causando nausea, vomito, dolori addominali, alito acetonemico fino a coma chetoacidosico, tra le complicanze acute del diabete di tipo 1, con perdita di coscienza, disidratazione e gravi alterazioni ematiche. Quando però l’insulina è presente – o somministrata tramite siringhe, penne o microinfusori – si lega a un recettore presente sulla superficie delle cellule, dando avvio a una serie di segnali che da ultimo permettono l’ingresso del glucosio.

Autocontrollo e prevenzione
Abbassare il glucosio nel sangue, per controllare l’iperglicemia e così il rischio di complicanze. Controllare il diabete,  dall’assunzione regolare dei farmaci, al check diretto della glicemia, all’adozione di stili di vita adeguati, ai controlli periodici dagli specialisti per monitorare la salute di organi bersaglio come occhi, cuore, rene e denti (il diabetico è infatti a maggior irschio di sviluppare parodontite, l’infiammazione delle gengive) ha come scopo quello di scongiurare il rischio di complicazioni.

Il controllo quindi non può ridursi a misurare la glicemia per capire quanta insulina assumere, misurare pressione e colesterolo facendo attenzione a mantenere tutti i valori nella norma. Il diabetico è una persona che, più degli altri, ha bisogno di svolgere attività fisica con regolarità, smettere di fumare se lo fa, prestare attenzione alla bilancia e al girovita e, ovviamente alla tavola. Si stima che solo grazie alla riduzione del consumo calorico e all’aumento dellattività fisica si possa abbassare il rischio di diabete di tipo 2 fino al 50%. Consigli validi soprattutto per chi è considerato particolarmente a rischio, ovvero chi senza avere ancora la malattia ha valori di glicemia elevata, ipertensione, consuma poca frutta e verdura, fa poca attività fisica, ha qualche parente con diabete, ha un elevato indice di massa corporea e circonferenza addominale abbondante.

Fondamentale però rimane anche l’attenzione del paziente: un diabetico è un malato che deve avere, come già detto, occhio per proprio corpo. Così è necessario tutelarsi ogni anno con la vaccinazione anti-influenzale ed essere pronti a individuare subito segni di complicazioni, per esempio esaminando ogni giorno i propri piedi, alla ricerca di vesciche, arrossamenti e vesciche.

Pancreas artificiale
Uno dei dispositivi più promettenti per il trattamento del diabete è il cosiddetto pancreas artificiale, progettato per tenere sotto controllo in modo automatico (o semiautomatico) i livelli di glicemia e sostituendosi più o meno totalmente all’organo naturale. Gli approcci per la realizzazione di un dispositivo del genere sono almeno tre: uno medico, che prevede lo sviluppo di una pompa di insulina portatile che rilasci la sostanza in base ai dati ricevuti in tempo reale da un sensore che misura i livelli di glucosio nel sangue; uno bioingegneristico, che prevede lo sviluppo di un vero e proprio organo artificiale contenente cellule beta da impiantare chirurgicamente nell’addome dei pazienti; uno genetico, che prevede di iniettare nei soggetti diabetici un virus geneticamente modificato che infetti le cellule intestinali rendendole capaci di produrre autonomamente insulina.

La ricerca nel campo sta progredendo spedita. E cominciano ad arrivare i primi risultati: poco più di un mese fa la Food and Drug Administration statunitense ha ufficialmente approvato l’utilizzo di un “dispositivo per il rilascio automatico di insulina”  delle dimensioni di uno smartphone per trattare i pazienti con diabete di tipo 1. Si tratta di un sistema in grado di monitorare continuamente e in tempo reale i livelli di glucosio nel sangue e regolare di conseguenza il rilascio di insulina nel corpo del paziente. Il dispositivo sarà disponibile negli Stati Uniti a partire dalla prossima primavera: consiste in un elettrodo da porre sottopelle per il rilascio di insulina e un cerotto tramite un catetere al device vero e proprio.

Via: Wired.it

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