I farmaci della discordia

Si chiamano comunemente farmaci “salvavita” ma non sono disponibili per la maggior parte dei Paesi in via di sviluppo. Gli accordi raggiunti in materia di brevetti dalle nazioni che fanno parte del World Trade Organization l’organizzazione che regola il commercio mondiale, privilegiano infatti gli interessi delle industrie farmaceutiche rispetto al diritto alla salute e alla cura. Nell’ultimo anno però qualcosa è cambiato. Il primo passo è stato fatto circa nove mesi fa con la riapertura del Processo di Pretoria. Big Pharma, una coalizione di 39 case farmaceutiche aveva citato in giudizio il governo del Sudafrica accusandolo di violare quanto stabilito dagli accordi TRIPs in materia di brevetti sui farmaci. Al centro delle polemiche c’era il Medical Act, promosso nel 1997 da Nelson Mandela, che consentiva la produzione locale di farmaci generici a basso costo e/o l’importazione degli stessi da altri Paesi. La sua applicazione, secondo le stime ufficiali, avrebbe salvato in soli tre anni circa 400.000 persone. In realtà, il provvedimento non era mai entrato in vigore proprio a causa delle pressioni esercitare dalle case farmaceutiche. Il processo, riaperto il 18 aprile, si è brevemente concluso con il ritiro della coalizione delle industrie farmaceutiche. E’ questo il primo successo di una campagna che, a distanza di mesi, è stata di nuovo al centro delle discussioni dell’Assemblea delle Nazioni Unite, dell’Organizzazione mondiale della Sanità, dell’incontro del G8 di Genova e, infine, del vertice del Wto di Doha nell’ottobre scorso. Difficile fare un bilancio positivo dei risultati ottenuti di fronte ai dati sconcertanti che si riferiscono al solo Sudafrica: secondo i dati di Oxfam, ogni settimana si registrano cinquemila morti per Hiv e 12mila nuove infezioni.

Eppure qualche passo in avanti è stato fatto. Almeno sul piano dei finanziamenti internazionali. Come quelli previsti dal fondo mondiale per combattere Aids, tubercolosi e malaria, voluto dal segretario Generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, e promosso lo scorso aprile. O come il fondo promosso dall’Italia durante il G8 di Genova. Sulla lotta all’Hiv nei Paesi in via di sviluppo si è poi concentrata, lo scorso 22 maggio, l’Assemblea annuale dell’Organizzazione mondiale della Sanità a Ginevra. Che si è conclusa con l’approvazione da parte dei 191 paesi membri di due risoluzioni per coordinare un’azione mondiale contro questa malattia e per sollecitare gli Stati a favorire un accesso equo alle cure e informare sulle conseguenze drammatiche degli accordi sul commercio internazionale.

Queste misure tuttavia non hanno raccolto approvazioni unanimi. Per alcuni infatti è ancora alto il rischio di una sovrapposizione dei finanziamenti o di una gestione interessata degli stessi. Proprio in occasione del summit di Genova, i rappresentanti italiani di Medici senza frontiere – l’associazione internazionale attiva nella cura dei malati nei Paesi in via di sviluppo che ha promosso una campagna per l’accesso ai farmaci – hanno espresso le loro perplessità sulla gestione dei fondi con una lettera aperta al Presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi. Richiamavano l’attenzione sulla necessità di realizzare dei sistemi di controllo delle risorse per evitare ogni ingerenza da parte delle case farmaceutiche e per acquistare farmaci e tecnologie mediche al minor costo.

Altre critiche si sono concentrate sulle stesse finalità dei finanziamenti: indirizzati a contrastare soprattutto Aids, tubercolosi e malaria. Questi infatti escludono altre patologie – come le malattie diarroiche, la malattia del sonno, le malattie respiratorie, la schistosomiasi, legate soprattutto alle condizioni di estrema indigenza – che sono tra le principali cause di morte nei paesi del Terzo Mondo.

C’è poi chi sottolinea che le misure finora adottate non sono sufficienti e che il problema deve essere inquadrato in un’ottica globale: da riformare sarebbe soprattutto la logica della ricerca delle case farmaceutiche. Che privilegia le malattie dei ricchi, come l’impotenza e i rimedi contro l’invecchiamento, piuttosto che investire nelle cure delle malattie dei poveri che stanno diventando resistenti ai farmaci tradizionalmente impiegati. Un dato su tutti: tra il 1975 ed il 1997, su più di 1.200 nuovi farmaci commercializzati nel mondo, soltanto 11 sono stati trattamenti di malattie tropicali.

Eppure c’è chi ha bollato la campagna internazionale per la fornitura gratuita e generalizzata di antiretrovirali ai sieropositivi nei paesi in via di sviluppo come demagogica. Toni forse un po’ eccessivi, per presentare però un altro aspetto del problema altrettanto drammatico: la totale assenza di sistemi sanitari in grado di gestire la somministrazione di terapie complesse come quelle a base di antiretrovirali. Risultato: la nascita di ceppi della malattia resistenti ai farmaci in uso.

D’altra parte gli accordi raggiunti al vertice del Wto a Doha lo scorso ottobre qualche risultato lo hanno ottenuto: per la prima volta è stata accettata la produzione di farmaci a basso costo in caso di pericolo per la salute pubblica. Una soluzione che in India e in Brasile ha già portato dei risultati positivi. Ma rimane ancora sospesa la questione delle importazioni parallele dei medicinali.

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