Corsa e bicicletta vanno bene, ma se uno dei buoni propositi dell’estate fosse rimettersi in forma e ricominciare a fare attività fisica, potrebbe valere la pena inserire anche qualche esercizio di forza nella propria routine. Per esempio pesi, bande elastiche, macchinari. Non soltanto per aumentare la massa muscolare, ma perché è proprio così che si attivano i meccanismi che permettono ai muscoli di ripararsi, adattarsi allo sforzo e mantenersi efficienti nel tempo.
A suggerirlo è uno studio pubblicato su Nature Communications da un gruppo di ricercatori delle Università di Hildesheim, Bonn e Friburgo, che ha analizzato in dettaglio la risposta dei muscoli scheletrici quando devono lavorare vincendo una forza esterna (il cosiddetto allenamento contro resistenza). I risultati contribuiscono a chiarire come il nostro organismo reagisca allo stress provocato dai pesi o da altri esercizi di forza e potrebbero avere ricadute non solo per migliorare la preparazione degli atleti ma anche nella riabilitazione e nella prevenzione della perdita di massa muscolare legata all’invecchiamento.
Perché l’allenamento di forza è importante
L’attività fisica regolare è uno dei pilastri dell’invecchiamento in salute. Se camminare, correre o andare in bicicletta sono fondamentali per il benessere cardiovascolare, non bastano però a preservare la massa muscolare. Per questo l’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda di svolgere attività di rafforzamento muscolare almeno due volte alla settimana, anche nelle persone anziane. L’allenamento di forza sottopone però le fibre muscolari a un intenso stress meccanico, provocando microlesioni nelle strutture responsabili della contrazione. È proprio da questi piccoli danni che prende avvio il processo di adattamento che rende il muscolo più resistente e funzionale.
Come è stata condotta la ricerca
Per comprendere cosa accade a livello molecolare, i ricercatori hanno raccolto biopsie muscolari da volontari sani prima e dopo una sessione di allenamento ad alta intensità. Hanno poi osservato come questi meccanismi cambiassero dopo un periodo di riduzione dell’attività fisica e dopo la completa sospensione dell’allenamento.
Grazie a tecniche avanzate di proteomica, il team ha analizzato le variazioni delle proteine che costituiscono l’apparato contrattile del muscolo, ricostruendo le fasi della risposta biologica allo sforzo.
Il sistema di riparazione del muscolo
Lo studio mostra che l’allenamento di forza attiva un sistema altamente specializzato capace di individuare le proteine danneggiate e indirizzarle verso la loro eliminazione. Parallelamente vengono prodotte nuove proteine contrattili che sostituiscono quelle compromesse dall’esercizio. Gli esperimenti condotti successivamente su cellule muscolari hanno dimostrato che questo processo avviene attraverso l’autofagia, il meccanismo con cui la cellula elimina e ricicla i propri componenti deteriorati. In questo modo il tessuto muscolare può ripararsi e adattarsi ai successivi stimoli causati dall’allenamento.
Lo studio ha inoltre identificato alcune proteine coinvolte in questa rete di riparazione che finora non erano state descritte, ampliando la conoscenza dei processi biologici che regolano il mantenimento della funzione muscolare.
Le possibili ricadute
“I nostri risultati rivelano come l’intensità e l’andamento nel tempo dell’allenamento influenzino sia il danno muscolare che l’attivazione dei meccanismi di riparazione”, afferma Sebastian Gehlert dell’Università di Hildesheim, uno degli autori dello studio. “Queste conoscenze ci aiuteranno a ottimizzare la sequenza delle sessioni di allenamento per gli atleti, così come i programmi di riabilitazione per i pazienti in ambito clinico”.
Le stesse conoscenze potrebbero infatti essere utili anche in ambito clinico, contribuendo allo sviluppo di programmi riabilitativi più mirati per chi deve recuperare la funzionalità muscolare dopo un trauma o un intervento chirurgico e offrendo nuove indicazioni per contrastare la perdita di massa muscolare che accompagna l’invecchiamento.
Credits immagine: Samantha Gades su Unsplash





