Il deserto dietro l’angolo

Al ritmo di 70mila chilometri quadrati l’anno, la desertificazione ha già invaso un terzo delle terre del pianeta, colpendo 250 milioni di persone e minacciandone oltre un miliardo. Colpa dei cambiamenti climatici, ma anche della sconsiderata gestione umana delle risorse ambientali. I rappresentanti dei cinque continenti si riuniscono questa settimana a Roma alla ricerca di mezzi e strategie per arginare la minaccia

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La desertificazione avanza silenziosa al ritmo di 70mila chilometri quadrati l’anno. Ha già raggiunto un terzo delle terre del pianeta colpendo 250 milioni di persone e minacciandone oltre un miliardo. Nessun continente è risparmiato: in Africa e America del nord oltre il 70 per cento del territorio è coinvolto nel fenomeno, mentre in Asia e nelle regioni del pacifico 1,4 milioni di ettari di terra si sono inariditi. Non sfugge l’Europa, in particolare la Francia, la Spagna, il Portogallo, la Grecia e, non ultima, l’Italia dove la desertificazione è per ora solo una minaccia, che però incombe sul 27 per cento del territorio.

A questa catastrofe, il genere umano non è estraneo. La desertificazione sarà pure un fenomeno naturale legato ai cicli climatici della terra, ma è omai chiaro che è la nostra specie, con la sua sconsiderata gestione delle risorse naturali, a renderlo ancora più drammatico. Lo ha riconosciuto la Conferenza di Rio del ‘92, affermando che la desertificazione è “la degradazione dei suoli nelle regioni aride, semiaride e secche-subumide a causa di azioni concomitanti, tra le quali le variazioni climatiche e le attività umane”. Da questa consapevolezza, nel `94 è nata la Convenzione delle nazioni unite per combattere la desertificazione entrata in vigore nel dicembre dello scorso anno e, ad oggi, ratificata da circa 108 paesi tra cui l’Italia.

E proprio Roma, dal 29 settembre al 9 ottobre, ospita la prima Conferenza cui spetta il compito di individuare i mezzi e le strategie per metterne i pratica i propositi. Oltre seicento delegati da 120 nazioni a confrontarsi e concordare uno sforzo globale per conciliare lo sviluppo economico con la tutela dell’ambiente. La convenzione ha infatti individuato nello scarso coordinamento degli interventi e nella frammentarietà delle informazioni disponibili la causa del fallimento delle precedenti politiche di lotta alla desertificazione. La natura globale del problema richiede un approccio unitario e il coordinamento di ogni iniziativa con quelle già avviate dalle altre convenzioni e dagli altri trattati internazionali, come quella sulla Biodiversità e, soprattutto, quella sul Clima.

La Convenzione prevede l’assunzione di impegni precisi da parte dei paesi firmatari. In primo luogo, con la predisposizione di programmi di azione nazionali, ed eventualmente subregionali e regionali, per individuare e contrastare i fattori che contribuiscono alla degradazione del suolo. Si spera così di coinvolgere le comunità locali, in particolare nei paesi in via di sviluppo, i più drammaticamente colpiti dalla desertificazione, sia nella ricerca di soluzioni ad hoc, sia nell’opera di monitoraggio delle terre non ancora degradate per poter lanciare “allarmi precoci” e prevenire il disastro. La Conferenza dovrà anche insediare un comitato tecnico-scientifico che avrà il compito di promuovere la creazione e il funzionamento di una rete di collegamento tra agenzie, istituzioni e organi interessati.

I paesi più colpiti, e con meno mezzi per fronteggiare l’emergenza, dovranno dunque dimostrare coi fatti la loro volontà di combattere il fenomeno. D’altro canto, la Convenzione sottolinea l’emergenza della situazione africana e la necessità di convogliarvi gran parte degli sforzi internazionali. Per questo prevede che i paesi industrializzati forniscano le risorse finanziarie mobilitandosi per la raccolta di fondi provenienti da organizzazioni non governative e private. E soprattutto che, attraverso accordi bilaterali o multilaterali nel quadro di strategie a lungo termine, trasferiscano le tecnologie e il know-how necessario a quelli più bisognosi.

La questione finanziaria è in effetti la più spinosa poiché, secondo i paesi donatori, il “meccanismo globale” indicato dalla Convenzione come strumento di gestione finanziaria non prevede nessun preciso impegno ad accrescere i loro apporti. Piuttosto, contemplerebbe una migliore gestione dei flussi per renderli più efficaci. Molti paesi in via di sviluppo, invece, vorrebbero che il meccanismo funzionasse come catalizzatore di nuovi afflussi finanziari.


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