HomeVitaIl linguaggio che ci rende umani

Il linguaggio che ci rende umani

Il lavoro sperimentale di Michael Tomasello, antropologo e docente di Psicologia e neuroscienze alla Duke University a Durham, è rivolto a studiare come il pensiero/linguaggio umano si sia evoluto differenziandosi dai modi di comunicare delle grandi scimmie antropomorfe. Queste sono capaci di risolvere problemi fisici nuovi e complessi usando modelli cognitivi basati su strategie causali, fanno simulazioni e inferenze e possono pensare usando paradigmi proto-logici e varie modalità di auto-monitoraggio. Ma Homo sapiens fa molto altro, e nel suo percorso evolutivo è riuscito ad attivare relazioni, comunicazione e cultura attraverso il linguaggio.

Michael Tomasello, Unicamente umano. Storia naturale del pensiero. Il Mulino, 2025 – Pag.251, € 15,00

Come fanno gli scimpanzé

Sostenuto da una ricchissima attività sperimentale, Tomasello elabora un modello che propone come i primitivi ominidi (il genere umano e gran parte delle scimmie antropomorfe) siano pervenuti a queste conquiste, e ne mette in evidenza le possibili cause sociali e psicologiche. Il suo gruppo di lavoro documenta come, dal punto di vista delle relazioni sociali, si sia sviluppata fin dalla separazione dall’antenato comune (Miocene inferiore, circa 25 milioni di anni fa), una “intenzionalità individuale” ancora presente ai nostri giorni nelle grandi scimmie antropomorfe. Queste competono all’interno del gruppo per il cibo, per i partner sessuali, sanno raggiungere scopi individuali valutando eventuali ostacoli e sono in grado di comprendere le intenzioni degli altri comportandosi di conseguenza, come gli scimpanzé che sanno capire e anche manipolare il comportamento dei loro simili. Mancano però, nelle loro comunità, forme di interazione sociale cooperativa, un pensiero in seconda persona che permetta di immaginare il pensiero e le azioni dell’altro in relazione ai propri, e manca qualunque rappresentazione cognitiva di tipo simbolico.

Un linguaggio di sguardi e suoni

Proprio la capacità di sviluppare strutture di coordinamento degli stati intenzionali, suggerite dalla necessità di svolgere attività collettive, ha guidato il genere Homo a nuove forme di comunicazione e nuove modalità di pensiero (fino a costruirsi una Teoria della mente). Se le attività di caccia degli scimpanzé sono abitualmente individualizzate, la ricerca del cibo per l’uomo ha infatti richiesto organizzazione e interazione reciproca, sviluppando una “intenzionalità congiunta” tra partner che dovevano conoscere ciascuno il pensiero dell’altro per accordarsi in un’azione comune. Lo schema “io so che tu sai che io so e faccio…” richiedeva modalità di interpretazione di messaggi, forse inizialmente fondati sulla mimica, su sguardi o su semplici suoni. Sviluppandosi nel tempo, la caccia a grandi prede da parte di gruppi di cacciatori aveva bisogno, secondo Tomasello, che le strategie di comunicazione si arricchissero ancora e fossero condivise tra chi partecipava a una stessa azione, con più ricche e complesse modalità di segnalazione tra partner e valutazione delle capacità dei partner stessi. Socialità e interazione comunicativa venivano così necessariamente correlate: ciascuno doveva accordare il suo comportamento a quello degli altri e, soprattutto, far loro conoscere le proprie azioni per realizzare uno scopo comune. Questo bisogno di informarsi e tenersi informati porta necessariamente ad un ordinamento sociale che definisce, più o meno esplicitamente, i ruoli e le esigenze di ogni individuo mentre stimola al tempo stesso l’invenzione delle necessarie modalità per farsi capire, rapide ed efficaci. Queste forme di intenzionalità congiunta trasformarono il “comportamento di gruppo in modalità privata”, tipico delle antropomorfe, in capacità di svolgere insieme molteplici attività correlate, sviluppando quelle forme di intenzionalità collettiva tipiche di Homo.

Come abbiamo imparato a parlare

L’interpretazione di Tomasello completa e precisa aspetti sviluppati da altri studiosi, come David Povinelli. In particolare, nelle sue ricerche sperimentali emerge un interessante confronto tra i processi evolutivi di acquisizione del linguaggio durante l’ominazione e i processi che avvengono nel corso dello sviluppo cognitivo di bambini che ancora non hanno capacità di parlare. Gli esperimenti con i piccoli sono numerosi, ma se ne riporta l’interpretazione senza accennare al tipo di cultura e linguaggio a cui necessariamente i bambini erano stati esposti fin dal loro concepimento. I risultati confermano l’importanza dell’interazione con altri nello sviluppo linguistico e documentano, durante la crescita, l’affermarsi progressivo di intenzionalità sociali che spingono ad accedere a varie forme di comunicazione. Già dal secolo scorso, del resto, James Bruner, Jean Piaget e Lev Vygotskij avevano studiato lo sviluppo mentale dei bambini e l’importanza dei rapporti sociali nello sviluppo di relazioni comunicative sempre più efficaci.

Il linguaggio della caccia

Gli esempi di Tomasello ci raccontano di un linguaggio che nasce gradualmente dalla condivisione di attività collettive come la caccia e la raccolta di cibo, tuttavia si potrebbe notare che probabilmente l’uso di vocalizzazioni che diventano parole non ha avuto un’unica origine ma almeno tante quanti sono i contesti in cui il bisogno di interazione sia prorompente. Insieme al linguaggio collaborativo, infatti, è verosimile che se ne siano sviluppati altri: linguaggi “materni” per calmare o richiamare i piccoli, come suggerisce Ellen Dissanayake, o linguaggi di aggressività e prepotenza per costringere i più deboli all’obbedienza servile, linguaggi per gestire la sessualità o la divisione del cibo, insieme a linguaggi semplicemente indicativi per far conoscere e condividere i tanti aspetti della vita. Questo si osserva ad un altro livello, negli sforzi comunicativi dei bambini piccoli che uniscono in modi diversi mimica e vocalizzazioni adatte ad esprimere i loro diversi bisogni.

L’importanza del “noi”

Nelle conclusioni Tomasello ribadisce ancora una volta l’importanza del “noi” che, a differenza delle grandi antropomorfe, caratterizza in Homo tutte le forme di intenzionalità condivisa; si interroga su che cosa consenta ai singoli individui di avere interazioni di attenzione congiunta, mentre bambini piccoli e grandi antropomorfe non ne sono capaci.  Inoltre, sia nell’ontogenesi che nella filogenesi il linguaggio ha sviluppato in Homo anche un processo di oggettivazione di aspetti di comportamento, guidando la distinzione sul piano etico tra il giusto e lo sbagliato, tra quello che bisogna e non bisogna fare. Nella sua interpretazione, Tomasello ritiene quasi inconcepibile che questo non nasca da esigenze di cooperazione e condivisione, e quindi le sue origini devono necessariamente ricercarsi, con ulteriori osservazioni ed esperimenti, nello sviluppo e nell’affermazione di una socialità condivisa.

Credits immagine:Drew Beamer su Unsplash

RESTA IN ORBITA

Articoli recenti