Un immenso patrimonio culturale, uno dei più grandi del mondo, è in questi giorni sotto il tiro incrociato dell’esercito anglo-americano e della resistenza irakena. A rischio musei, monumenti, oltre a quindicimila siti archeologici conosciuti e tra i 10 mila e i 100 mila, secondo gli esperti, ancora da esplorare. Testimonianze tra le più antiche e alte della civiltà umana, in particolare di quella occidentale, e già in passato minacciati e colpiti dalla guerra Iraq-Iran e dall’operazione Desert Storm. “Sebbene i musei di tutto il mondo siano pieni di manufatti provenienti da queste aree, il numero dei reperti oggi in possesso dell’Iraq Museum di Baghdad è immenso, ma anche quello dei siti censiti nelle diverse regioni del territorio nazionale”, spiega Antonio Invernizzi, direttore della Scuola Archeologica italiana di Baghdad. Di ritorno dalla capitale irachena, l’archeologo ha portato la sua testimonianza al Convegno su Aree di crisi, missioni di pace e protezione dei beni culturali organizzato a Roma dall’Archivio Disarmo il 26 e 27 marzo scorsi. “Per la sua centralità ed eccellenza questo patrimonio rappresenta per il Vicino e Medio Oriente quello che il patrimonio artistico dell’Italia è per l’Europa e la civiltà occidentale”, ha affermato Invernizzi, preoccupato anche per il rischio che musei e monumenti, venendo meno il controllo governativo, siano oggetto di saccheggio. Cosa già avvenuta all’epoca della guerra del Golfo, quando i musei di importanti città come Suleimaniya, Nasjriya, Kirkuk e Bassora furono svuotati. Questo precedente fa temere ancor più per le sorti del Museo di Baghdad, città che nell’attuale guerra è l’obiettivo principale. “Il museo”, ha ricordato Invernizzi, “si trova ai margini dell’area dei palazzi del potere già bombardati nei giorni scorsi giorni, e poco distante dalla ferrovia e dalla sede della radio”. Altra ragione d’ansia per lo studioso è il rischio di scavi illeciti, che vanno anch’essi ad alimentare il commercio illegale di antichità, soprattutto di quelle piccole (sigilli, tavolette cuneiformi, figurine di terracotta), facili da trasportare. Tutto questo si aggiunge al rischio che qualche bomba intelligente si abbatta su monumenti e siti archeologici. Fra i 15 mila studiati, quelli più esposti alla guerra sono le antiche capitali Seleucia e Ctesifonte, situate a una trentina di chilometri a sud di Baghdad: un’area strategica, di fronte alla raffineria di Dawra e alla centrale nucleare di Osirak, già colpita nel 1981 da un raid aereo israeliano. Critica anche la collocazione della ziqqurrat cassita di Aqarquf. Costruita in mattoni crudi nella seconda metà del II millennio a.C., ora i suoi resti svettano a un’altezza di 45 metri e, ormai raggiunti dalla periferia della capitale, sono circondati dalle installazioni di uno dei maggiori campi militari irakeni dell’area centrale del paese. “Purtroppo, talvolta la distruzione delle opere storiche, religiose e artistiche del nemico diventa quasi una strategia di guerra per annientare l’identità di un popolo, come è successo nei Balcani”, spiega Fabio Maniscalco, direttore dell’Osservatorio permanente per la protezione dei beni culturali e ambientali in aree di crisi (IsForm), “sebbene esistano accordi internazionali per la tutela dei beni culturali in caso di conflitto armato, come la Convenzione dell’Aja del 1954”. Il pensiero qui corre ai due casi più eclatanti: il ponte di Mostar, lo Stari-Most, raso al suolo dall’esercito croato senza una ragione apparente, visto che le sue piccole dimensioni non potevano permettere neanche il passaggio di truppe o mezzi corazzati. E poi la biblioteca di Sarajevo distrutta e incendiata dai serbi con bombe al fosforo. “Durante un mio monitoraggio”, ci dice Maniscalco, “ho scoperto che con tutta probabilità il personale interno alla biblioteca ha trafugato prima dell’incendio i volumi più importanti per immetterli sul mercato clandestino. Dei libri scampati all’incendio, invece, oltre il 90 per cento sono contemporanei quindi privi di valore storico”. Anche a causa di questi fenomeni collaterali alla guerra, ricorda lo studioso, oggi un paese come il Kosovo non ha più una memoria storica: il patrimonio archeologico dei musei, per esempio, è stato decimato. “E anche quando in Irak la guerra finirà”, continua Maniscalco, “la fase di ricostruzione non sarà facile perché molte organizzazioni governative e non governative che si occupano dei lavori di restauro si rivelano del tutto inadatte a gestire l’emergenza”. Per questo, e per il monitoraggio e la documentazione del patrimonio mobile e immobile, servirebbe del personale specializzato e competente, in grado di controllare non solo i militari, che terminata la missione potrebbero portarsi a casa qualche oggetto di valore, ma anche i civili in partenza dagli aeroporti e gli stessi diplomatici. Contrastare il degrado e restaurare quanto possibile nelle zone colpite dal conflitto è l’obiettivo di un progetto che la Direzione generale per l’archeologia del Ministero dei Beni Culturali italiano ha affidato all’Istituto Centrale del Restauro e al Centro Scavi di Torino. Obiettivo: non lasciare sola la Direzione delle antichità dell’Iraq nel salvataggio di un patrimonio che è di tutta l’umanità.





