Incendi in Amazzonia: l’aumento del monossido di carbonio visto dallo Spazio

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(Foto: NASA/JPL-Caltech)

L’Amazzonia brasiliana continua a bruciare e i suoi innumerevoli incendi stanno producendo enormi quantità di monossido di carbonio, un gas inquinante e particolarmente insidioso, inodore e insapore, che svolge un ruolo significativo sia nell’inquinamento atmosferico che nei cambiamenti climatici. A monitorarlo sono stati i potenti occhi di Airs (Atmospheric Infrared Sounder), un sofisticato strumento a bordo del satellite della Nasa Aqua, che ha appena diffuso una preoccupante gif che mostra la rapida espansione nell’atmosfera terrestre di questo gas nelle regioni amazzoniche del Brasile, colpite dall’inizio dell’anno da ben 75mila incendi.

Gli incendi in Amazzonia

Secondo i dati dell’Istituto nazionale per la ricerca spaziale del Brasile (Inpe) la deforestazione dell’Amazzonia brasiliana causata dagli incendi sta avanzando a un ritmo davvero impressionante ed è paragonabile a circa 3 campi di calcio al minuto, ossia circa 1.354 chilometri quadrati. E solo nell’ultima settimana, sempre secondo le ultime analisi dell’Inpe, ci sono stati almeno 3 mila nuovi incendi. Il più vasto e intenso è ancora in corso, ha un fronte lungo circa 100 chilometri e si trova nell’area di confine tra Brasile, Bolivia e Paraguay.

Monitorare il monossido di carbonio

(Credits: NASA/JPL-Caltech)

Calcolando la media di tre giorni di misurazioni, i ricercatori della Nasa sono riusciti a creare una sequenza di immagini che mostra il rapido movimento dei livelli di monossido di carbonio a un’altitudine di 5.500 metri dall’8 al 22 agosto scorsi. Nella gif sono in verde le concentrazioni di monossido di carbonio quantificabili a circa 100 parti per miliardo di volume (ppbv), in giallo quelle a circa 120 ppbv e, infine in rosso scuro quelle a circa 160 ppbv. Ma i valori locali, avvertono i ricercatori, possono essere significativamente più alti.

Sebbene il gas sia stato mappato ad alta quota, e quindi per ora con poco effetto sull’aria che respiriamo, secondo gli esperti c’è la possibilità tuttavia che, avendo la capacità di persistere in atmosfera per circa un mese, i venti possano portarlo a quote più basse e a considerevoli distanze dalla zona di origine, con un impatto negativo sulla qualità dell’aria.

Riferimenti: Nasa