Perché James Watson vende il suo premio Nobel

La storia di James Watson, uno degli scienziati più famosi del ‘900, è un misto di importanti trionfi scientifici e di gaffe terribili, che ne hanno macchiato indelebilmente l’immagine pubblica. Celebre per aver scoperto, insieme a Francis Crick e Maurice Wilkins, (con l’essenziale collaborazione di Rosalind Franklin), la struttura a doppia elica del dnaWatson ha infatti dimostrato negli anni di essere anche un fervido sostenitori di teorie razziste e sessiste, di cui non ha peraltro mai fatto mistero, esprimendosi anzi pubblicamente in più occasioni in favore della supremazia intellettuale dei bianchi, e dell’inferiorità delle donne nella ricerca scientifica. Dopo qualche anno di silenzio, lo scienziato sembra oggi deciso a far parlare nuovamente di sé. La sua ultima bravata? Avrebbe deciso, primo al mondo, di mettere all’asta il suo premio Nobel, o più precisamente la medaglia che viene consegnata all’assegnazione del premio.

Quella di Watson non è in effetti la prima medaglia Nobel a finire all’asta ma, come nel caso di quella del collega Crick (deceduto nel 2004), fino a oggi però era sempre capitato dopo la morte del vincitore. A spingere la scienziato alla decisione sarebbero state motivazioni di ordine economico, visto che il ricavo previsto si aggira intorno ai 2,5-3,5 milioni di euro, ma anche personale.

Come ha spiegato in un’intervista rilasciata al Financial Times, lo scopo principale di Watson sarebbe infatti quello di tornare a parlare di sé. “Nessuno vuole ammettere che io esista”, ha spiegato nell’intervista lo scienziato, lamentando di essere ormai diventato una “non persona”, in seguito alle polemiche, e i problemi, causategli dalla sua figuraccia più nota: le dichiarazioni sul quoziente intellettivo delle persone di etnia africana rilasciate al Sunday Times nel 2007.

Nell’occasione Watson aveva dichiarato che le politiche sociali degli stati occidentali sarebbero fallaci, perché basate sull’idea che l’intelligenza dei neri sia uguale a quella dei bianchi, mentre (ma ovviamente non è vero) i dati scientifici contraddirebbero questa visione. Dopo questa uscita a dir poco infelice, lo scienziato passò in effetti diversi guai: venne allontanato dal Cold Spring Harbor Laboratory, che aveva diretto per quasi 40 anni, e molte importanti personalità della comunità scientifica condannarono duramente le sue idee razziste, come i colleghi del Human Genome Program, che per bocca del direttore del National Intitute of Health definirono le affermazioni di Watson “sbagliate sotto ogni punto di vista, non ultimo perché sono completamente inconsistenti con i risultati della letteratura scientifica del campo”.

Quella del 2007 non fu comunque la prima figuraccia dello scienziato (pare che per decenni i colleghi abbiano fatto finta di non notare i suoi atteggiamenti) né l’ultima, visto che parlando di donne e scienza nel 2012 durante il Neuroscience Open Forum di Dublino dichiarò che “avere tutte queste donne attorno rende sicuramente il lavoro più divertente per gli uomini, ma credo anche che loro siano probabilmente meno utili”.

Le accuse di sessismo nei suoi confronti sono inoltre di vecchia data. Alcuni dei suoi atteggiamenti sotto accusa risalgono addirittura ai lavori sul dna che gli fruttarono il premio nobel. Lavori nei quali oggi sappiamo fu fondamentale il contributo di Rosalind Franklin, scienziata inglese che per prima fotografò la doppia elica del dna con i raggi X. L’impresa infatti permise a Watson e colleghi di completare i loro studi, ma il suo ruolo non fu mai riconosciuto, e nella sua autobiografia Watson la definisce riduttivamente “una delle aiutanti di laboratorio”.

Via: Wired.it

Credits immagine: Dan Farber/Flickr CC

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