Il destino delle ultime balene che ancora nuotano negli oceani resta incerto. Il braccio di ferro tra gli Stati che spingono per riaprire la caccia commerciale e quelli che invece si battono per proteggere la popolazione rimasta si è concluso alla pari. Il terreno di scontro è stato il 52° meeting annuale della Commissione baleniera internazionale (Iwc), che si è concluso il 6 luglio scorso ad Adelaide, in Australia.
Intanto per quest’anno il santuario delle balene non si farà. La proposta, avanzata al meeting da Australia e Nuova Zelanda, di definire un’area protetta nel Sud del Pacifico in cui le balene possano nutrirsi e riprodursi senza un “arpione di Damocle” sulla testa ha perso ai voti. All’idea si sono fortemente opposti Giappone e Norvegia, paesi già da tempo nel mirino di associazioni ambientaliste e opinione pubblica che li accusano di cacciare un numero spropositato di balene spacciando per motivazioni scientifiche i loro scopi commerciali.
I giapponesi sono accusati anche di aver usato l’arma degli aiuti economici per comprare il voto dei piccoli paesi caraibici (Dominica, Antigua, Barbuda, Grenada, St. Kitts, Nevis, St. Lucia, St. Vincent e Grenadine) che, votando in blocco contro il santuario, hanno impedito che si raggiungesse il quorum del 75 per cento necessario a far passare la proposta. Al meeting di Adelaide, presenti 34 paesi, i voti a favore del santuario sono stati 20, quelli contrari 11. Per un voto, la proposta è caduta. “Quello che succede”, afferma Junio Fabrizio Borsani dell’Icram (Istituto centrale per la ricerca scientifica e tecnologica applicata al mare), delegato italiano al meeting di Adelaide, “è che i paesi all’interno dell’Iwc hanno tutti uguale peso nella votazione, che siano St. Kitts o gli Stati Uniti: non è difficile immaginare di poter comprare il voto di Stati piccoli e con pochi mezzi economici”. In un limbo tra sostenitori e oppositori della caccia ai grandi cetacei ci sono poi alcuni paesi non apertamente schierati: Cina e Corea del Sud, che hanno forti dipendenze economiche dal Giappone, Russia e Canada, sospettati di praticare caccia di frodo anche per i mercati giapponesi, e Danimarca, partner commerciale della Norvegia.
“Non è stata una votazione, ma un’asta. E il Giappone ha fatto l’offerta vincente”, afferma Patrick Ramage, dell’International Fund for Animal Welfare. Anche secondo Greenpeace “il governo dominicano è stato manipolato dal Giappone al momento di votare per la proposta del santuario delle balene nel Sud Pacifico”. Una accusa niente affatto peregrina secondo Borsani, che ricorda come fuori dalle aule del convegno i giapponesi non abbiano fatto mistero del sostegno economico fornito alle isole caraibiche per convincerle a chiedere la riapertura della pesca commerciale alla balena nelle loro acque. La moratoria in vigore dal 1986 vieta infatti la caccia alle balene per scopi commerciali, ma fa un’eccezione con l”aboriginal subsistence whaling” che consente, per motivi di reale sussistenza, alle popolazioni di esquimesi e inuit di Alaska, Russia e Groenlandia di continuare a cacciare la balena con i metodi tradizionali. “Ma ora ci sono paesi caraibici e africani che non hanno mai praticato la caccia alle balene, se non in maniera sporadica, che invocano il diritto alla caccia aborigena”, denuncia Borsani.
Ma i giapponesi non si scompongono e rilanciano premendo perché la moratoria venga sospesa. Una moratoria che, secondo gli ambientalisti, di fatto avrebbero già violato: solo nel 1999 le flotte nipponiche hanno ucciso oltre 500 balene. Sulla stessa scia la Norvegia, che pianifica di cacciarne quest’anno oltre 600. Ufficialmente si tratta di caccia “finalizzata alla ricerca scientifica”, consentita dalla moratoria. “I nostri studi vogliono stabilire la struttura della popolazione dei cetacei, la loro età, il grado di inquinamento chimico cui sono sottoposti e il loro impatto sull’ambiente marino, allo scopo di avviare una corretta politica di gestione e conservazione delle balene”, sostengono i biologi dell’Istituto giapponese di ricerca cetacea. Per compiere le dovute analisi, i ricercatori hanno bisogno anche di organi interni, perciò sarebbe necessario un prelievo di esemplari dagli oceani. Un prelievo che, secondo i giapponesi, è del tutto sostenibile e giustificato dal gran numero di cetacei oggi presenti.
Ma gli ambientalisti contrattaccano, e ricordano come indagini svolte con l’analisi del Dna abbiano dimostrato che gran parte delle balene catturate per “ragioni scientifiche” finisca come farina alimentare per bovini o polli, e che molti cetacei dichiarati morti perché spiaggiati sulle coste giapponesi provengano in realtà dalla Russia. Ma i giapponesi hanno impedito che il metodo del Dna venga usato per determinare le presenze sul mercato. E in assenza di una legge in materia, questo tipo di analisi non ha alcun peso giuridico.
Anche sul numero delle balene non si concorda: “Negli ultimi 100 anni si è assistito a una quasi totale estinzione di alcune specie”, spiega Borsani. Che ricorda come con l’avvento delle navi a vapore e dei cannoni, le popolazioni mondiali di svariate specie di cetacei, soprattutto balenottere e capodogli, abbiano subito una drastica riduzione. Per questo, dopo la Seconda guerra mondiale l’Iwc ha cercato di mettere un po’ d’ordine affinché non venisse cancellata la presenza dei grossi cetacei. La stima dei giapponesi si baserebbe quindi su una popolazione già decimata. “Da un punto di vista biologico”, prosegue Borsani, “continuare a prelevare da una specie ridotta ai minimi termini non ha senso e non è sostenibile. Oggi servirebbe piuttosto una moratoria totale di almeno 50 anni”. Di tutt’altro avviso i ricercatori giapponesi, secondo i quali alcune specie di cetacei sarebbero in tale abbondanza da costituire addirittura un pericolo per le risorse ittiche. La caccia commerciale quindi sarebbe non solo lecita, ma addirittura auspicabile. “Questo atteggiamento non mi sorprende”, commenta Borsani, “il loro modo di procedere è sistematico: sfruttano un comparto finché non l’hanno esaurito, poi passano al successivo”.
Le sorti degli ultimi grandi cetacei del pianeta sono dunque ancora incerte: tutto è rimandato al prossimo meeting dell’Iwc, previsto nel luglio del 2001 a Londra. E lì i paesi contrari alla caccia ritorneranno alla carica, per far approvare il santuario del Sud Pacifico prima che il Giappone abbia l’occasione di giocare “in casa”. Il meeting del 2002 si terrà infatti proprio nel paese del Sol Levante.





