HomeFisica e MatematicaFusione nucleare "da tavolo", la bolla è scoppiata

Fusione nucleare “da tavolo”, la bolla è scoppiata

di
Nicola Nosengo

L’inseguimento dell’ultimo miraggio della fisica contemporanea è forse giunto al capolinea. Con un reportage speciale pubblicato sul proprio sito web, la rivista Nature scredita in modo apparentemente definitivo la ricerca sulle “bolle di fusione” portata avanti da anni da Rusi Taleyarkhan della Purdue University, riferita per la prima volta su Science nel 2002.

La fusione nucleare da tavolo

In breve, era la dimostrazione della possibilità di ottenere la fusione nucleare “da tavolo”, all’interno di bolle in un liquido create da onde acustiche. Lo studioso aveva utilizzato acetone, le cui molecole contengono sei atomi di idrogeno. L’acetone semplice era usato come controllo, mentre il vero esperimento riguardava acetone fatto di deuterio, una forma di idrogeno che ha un neutrone nel nucleo oltre al classico protone, su cui è più facile ottenere la reazione di fusione. Dopo aver bombardato l’acetone con un fascio di neutroni per creare al suo interno piccole bolle, e averle fatte dilatare con vibrazioni acustiche, Taleyarkhan e colleghi riferirono di aver rilevato, nel caso del deuterio, le tipiche emissioni energetiche che caratterizzano la fusione di questo elemento, provocate dal collasso delle bolle stesse.

Il paper di Taleyarkhan fece, come prevedibile, molto rumore. Era una nuova versione del sogno della “fusione da tavolo”: un modo per innescare in modo controllabile ed economico il processo di fusione tra nuclei atomici, in grado di liberare enormi quantità di energia senza le scorie provocate dalla fissione, e quindi di fornire una fonte energetica rinnovabile e pulita.

La teoria regge, ma i fatti?

Il caso della fusione nucleare da tavolo richiama alla mente la vicenda di Stanley Pons e Martin Fleischmann, due ricercatori che nel 1989 finirono sotto i riflettori dopo aver annunciato di aver ottenuto la fusione “fredda” (a temperatura ambiente) in un piccolo laboratorio. Ma il loro lavoro fu presto screditato. A differenza di quella di Fleischmann e Pons, a livello teorico l’idea di Taleyarkhan regge: le condizioni all’interno delle bolle, mentre implodono, potrebbero essere effettivamente adatte, in termini di pressione e temperatura, a portare alla fusione i nuclei di deuterio. Ma questo è successo davvero nel laboratorio di Taleyarkhan?

Dal 2002 sono stati spesi milioni di dollari cercando di replicare quell’esperimento, con consistenti finanziamenti anche dal Dipartimento della Difesa americano. Ma ora, da più parti, si addensano dubbi tali da far pensare che quel flusso di denaro finirà. Da interviste con i ricercatori che hanno lavorato con Taleyarkhan, a una nuova analisi dei dati dell’esperimento originale da pare di un altro gruppo, fino al rifiuto da parte dello US Patent Office di concedere un brevetto al ricercatore: tutto concorda nel mettere seriamente in dubbio il suo lavoro.

Per prima cosa, nessuno tra i colleghi di Taleyarkhan alla Purdue University è riuscito a ripetere l’esperimento. Una serie di interviste effettuate dallo staff di Nature rivela circostanze a dir poco dubbie, come il fatto che il ricercatore annunciasse risultati positivi dopo esperimenti che tutti gli altri avevano interpretato come negativi, per poi rimuovere i macchinari senza consentire una verifica. Un altro colpo arriva da uno studio appena sottomesso a Physical Review Letters da Brian Naranjo dell’Università della California. Naranjo, uno dei tre revisori che avevano sconsigliato la pubblicazione su Science del primo paper di Taleyarkhan, ha analizzato i dati di una sua più recente ricerca.

US Patent Office: “Nessun brevetto è un’idea non dimostrata”

Concludendo che lo spettro che secondo Taleyarkhan dimostra l’avvenuta fusione è spiegabile in base a normali processi di decadimento radioattivo che si verificano in laboratorio. In più, ci si è messo anche l’ufficio brevetti. Quando ancora lavorava ai laboratori di Oak Ridge, Taleyarkhan aveva depositato la richiesta di brevetto per il suo metodo, per conto del Dipartimento dell’Energia che finanziava il suo lavoro. Ma alla fine di dicembre del 2005 lo US Patent Office ha formalmente chiuso la pratica rifiutando di concedere il brevetto perché quella del ricercatore non appare altro che “una idea non dimostrata”. Ad oggi Taleyarkhan non ha risposto, ma tutto fa pensare che, quando lo farà, credergli ancora sarà molto difficile.

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