La globalizzazione? Roba da neolitico

Una ricchissima mostra, progettata con il contributo di 80 studiosi e di 200 collaborazioni scientifiche, che esporrà oltre 800 reperti archeologici provenienti da oltre 60 musei, 44 italiani e 19 stranieri, in 18 sale del Castello del Buonconsiglio di Trento, su una superficie di 1800 meri quadrati. Sono i numeri dell’esposizione che aprirà i battenti il primo luglio, “Le grandi vie della civiltà” (fino all’11 novembre): un racconto dipanato attraverso gli oggetti, i contatti, gli scambi e le relazioni che hanno segnato gli sviluppi delle civiltà in Europa.

I percorsi espositivi, divisi in sette sezioni, restituiscono le tappe dei flussi di uomini e cose dal 25.000 a.C al  400 d.C. lungo l’asse che va dal Mediterraneo al centro Europa. Sono questi spostamenti di persone e di beni, avvenuti lungo linee di costa ma anche attraverso i valichi alpini, a dar vita ad altri sentieri: quelli che costituiscono la rete delle contaminazioni culturali e dei sincretismi religiosi. E che ci ricordano come la globalizzazione non sia un fenomeno di oggi, ma sia sempre esistita: come dimostra, per esempio, il mito della fertilità, che a partire dalle raffigurazioni del Paleolitico (l’oggetto più antico in esposizione) diventa un simbolo figurativo comune a gran parte del continente, dal Mar Egeo al Danubio. O ancora, come testimoniano il diadema d’oro e una perla in ambra provenienti dalla stessa località, in Germania, e che attestano l’influenza esercitata dal Mediterraneo sui Celti attraverso gli esploratori micenei, di cui Enea racconta  al tempo della guerra di Troia. Forme e idee che contaminano popolazioni diverse, dunque, siano archetipi umani (come quello dell’uomo eroe-guerriero) o animali, espressione di un’arte fiorita in diverse aree, che si tratti di oggetti mitici o di vita quotidiana, come le enigmatiche tavolette dell’età del bronzo, i dischi solari in oro, le maschere funerarie, i doni votivi, gli astragali…, insomma testimonianze di contaminazioni, di incontri e ‘scontri’ di civiltà. Galileo ha intervistato in anteprima Franco Marzatico, direttore del museo del Buonconsiglio e curatore dell’evento insieme a Rupert Gebhard, direttore del museo di Monaco, e Paul Gleirscher, conservatore del museo di Klagenfurt. 

Dottor Marzatico, dunque il “global” di cui oggi si discute tanto, alla fine non è un concetto del tutto nuovo…

“Certo che no. Le faccio un esempio. Quando la mostra andrà in Germania, al museo di Monaco, cambierà nome. Si chiamerà ‘Nella luce del sud’, proprio per colpire l’immaginario  del pubblico tedesco, sul quale il Mediterraneo esercita ancora molto fascino. Questo concetto, che in effetti è anche un luogo comune, è di fatto un topos globale. Ma pensiamo anche al modo in cui il vino è stato importato in Gallia: sappiamo che i Celti, attratti dalla dolcezza dei prodotti e soprattutto del vino, che a quel tempo costituiva per loro un piacere nuovo, attraversarono le Alpi e si impadronirono delle terre precedentemente abitate dagli Etruschi. Ebbene, secondo Livio il vino fu importato in Gallia da un certo Arrunte di Chiusi, la cui moglie era stata sedotta da un lucumone (magistrato etrusco), giovane assai potente e del quale non si sarebbe potuto vendicare senza procurarsi un aiuto esterno. Sarebbe stato Arrunte, quando i Celti attraversarono le Alpi, a guidare quel popolo e a istigarlo ad assalire Chiusi. Una storia, questa, che ci dà la misura di come il commercio di prodotti, lo scambio di beni, innestino dinamiche delle civiltà, come la pizza e gli spaghetti fuori dai nostri confini, o il kebab che accompagna l’immigrato”.

Perché avete scelto proprio l’asse Mediterraneo – Mitteleuropa?

“Perché in quest’area geografica ben precisa, che comprende anche le isole di Sicilia e Sardegna, si delinea un bacino comune di simboli culturali, anche se declinato con innesti e ibridi, che arriva fino il centro Europa: Germania, Svizzera, Slovenia e Austria. L’aspetto intrigante è che su questo si intrecciano anche contributi dall’Oriente. Come nel caso particolare della Cypraea pantherina, conchiglia dell’Oceano indiano, cui si attribuisce un richiamo simbolico alla fertilità. Probabilmente questo oggetto dal Mar Rosso approda nelle Marche, dove si riscontra in ricchi corredi principeschi piceni, e si ritrova pure in Alsazia, come ornamento esotico di una donna aristocratica sepolta nella metà del VI secolo a.C.. In realtà le forme dello scambio non vedono ancora un vero mercato, quanto piuttosto la reciprocità di doni in forma cerimoniale di beni esotici: come le conchiglie, appunto, distanti 500 km dalle Alpi, oppure le pietre verdi per le lame di asce, l’ossidiana di Lipari che arriva fino all’Adige. Ampi circuiti di scambio e relazioni culturali si attivano anche in rapporto all’uso su ampia scala della selce, soppiantata alla fine dell’età del Bronzo dall’impiego di manufatti in metallo”.

In questo panorama sono più gli incontri o gli “scontri” di civiltà?

“Lo scambio non è costituito solo dai beni, ma dagli individui: che portano con sé anche guerre, razzie, o unioni matrimoniali raccontate dai reperti trovati nelle tombe. Gli oggetti seppelliti con il defunto ci mostrano le commistioni con il mondo celtico, come testimonia il corno per bere posto accanto al vasellame della Magna Grecia. Questi reperti si accompagnano in modo impressionante alla circolazione di idee e comportamenti nuovi, o reinterpretazioni degli originali. Come i diademi, che rimandano a un concetto di ‘status symbol’ dell’antichità. Quello che però emerge con forza è che ci si confronta e si scambiano oggetti e modelli culturali, ma mai in modo univoco: non c’è una civiltà superiore all’altra”.

Il simbolo della grande globalizzazione di questi ultimi decenni è stato il panino di McDonald. C’è nelle antiche vie un simbolo analogo?

“L’ambra, la resina fossile: materia esotica, ambìto simbolo di prestigio. Ma è un simbolo globale anche il mito del lusso, del benessere, del corpo perfetto, che emerge prepotente dalla straordinaria anatomia delle corazze, impeccabili nel tracciare le linee dei muscoli, modellate su busti maschili bellissimi”.

Visto che il fenomeno della globalizzazione tocca anche i giorni nostri, perché la mostra si conclude con l’Impero romano?

“Lo spazio temporale preso in esame nella mostra parte dal Neolitico, e si conclude con l’affermarsi del mondo “globale” romano perché è con esso, seppure in presenza di fenomeni di continuità e tradizionalismo, che si integrano profondamente componenti di civiltà diverse e si impongono nuovi modelli, tecnologie e “codici di comunicazione” condivisi su larghissima scala”.

L’esposizione dimostra che in un certo senso la contaminazione non solo è antica, ma anche inevitabile. Eppure in molti ancora oggi oppongono resistenza…

“Gli effetti delle contaminazioni si valutano su tempi lunghi. Ma oggi, quando andiamo al ristorante etnico, sia esso cinese o arabo, siamo già contaminati culturalmente, che lo si voglia o no. Le vie delle civiltà passano anche attraverso lo stomaco: in Germania la birra non è sparita, ma il vino è entrato nell’uso quotidiano, anche se è considerato ancora una bevanda esotica. Anche le armi subiscono la globalizzazione: l’elmo dei Celti fu ripreso anche dai Romani, che lo produssero però in bronzo e non in ferro. E oggi il kalashnikov lo usa il bambino eritreo”.

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