L’universo creativo di Barrow

Per spiegare il mondo in cui viviamo, arte e scienza forniscono risposte contrapposte, alternative le une alle altre? Oppure le due culture sono più vicine di quanto appaia a prima vista? Questi gli interrogativi di fondo dell’ultimo libro, appena uscito in Italia, di John D. Barrow (foto), L’Universo come opera d’arte (Rizzoli, 352 pp., lire 38.000), in cui l’astronomo inglese si impegna a dimostrare che tra queste due visioni esistono, e sono numerosi, i punti di contatto. Sull’argomento Galileo ha chiesto l’opinione di Giulio Giorello, filosofo della Scienza all’Università di Milano.

Professor Giorello, allora quella tra arte e scienza è una falsa dicotomia, come sostiene Barrow nella sua ultima fatica letteraria?

“Il libro di Barrow tende concretamente ad andare oltre l’opposizione tra le due culture. La teoria secondo cui l’arte è l’espressione di una visione soggettiva e irrazionale del mondo e la scienza è l’indagine razionale è ormai superata. Le opposizioni che contano sono altre: sono le grandi antinomie cosmologiche, le stesse individuate da Kant nella Critica della Ragion Pura: quelle tra legge e caos, stabilità e instabilità. Su questa linea di confine, che per Kant poi è quella tra scienza e metafisica, si colloca il pensiero cosmologico contemporaneo e la riflessione di Barrow. Anche se oggi arte e scienza sembrano aver divorziato, in passato non è stato sempre così. Pensiamo al Rinascimento, all’opera di Leon Battista Alberti e Filippo Brunelleschi, scopritori e teorici della ‘dolce Prospettiva’. Nell’architettura questi due personaggi hanno attuato la loro concezione umanistica del mondo, e nei loro scritti teorici hanno dato un fondamento scientifico all’operare artistico. Per Alberti, l’intuizione è intesa come visione globale del mondo”.

“Arti e scienze traggono origine da un’unica fonte, sono ispirate dalla stessa realtà. Il fatto che ci siamo evoluti in un tipo particolare di Universo pone in modo insospettato dei limiti a ciò che pensiamo e a come pensiamo ”, scrive Barrow. Si è parlato in questo senso di un’estetica darwiniana. Le sembra una chiave di lettura appropriata?

“In questo libro ci sono delle bellissime pagine sull’evoluzione. Per Barrow il problema della creatività artistica e della scoperta scientifica sono due facce dell’evoluzione umana, ossia il risultato di un processo di adattamento all’ambiente. Si intende che noi non siamo il frutto di un adattamento passivo perché, come sostiene Popper in un articolo contenuto nel libro Individuale e collettivo (a cura di A.M. Petroni e R.Viale, Cortina Ed.), ad un certo punto dell’evoluzione è emersa la libertà, che ha generato la creatività artistica e la genialità scientifica. Del resto è proprio la rottura dell’ordine, della simmetria, che ha permesso la nascita di nuove forme di vita. Il matematico René Thom sostiene che il troppo ordine è la pace dei cimiteri. Questo l’arte ce lo insegna in modo mirabile. E anche l’evoluzione. Per la bellezza ci vuole un piccolo difetto. E’ solo così che può emergere un nuovo stile in arte, o una nuova forma di vita. L’estinzione dei dinosauri ha consentito l’egemonia dei mammiferi. Apprezzare il cambiamento ci permette quindi di intravedere un’evoluzione. Questo è uno dei problemi filosofici che Barrow ha centrato di più. Ci ha indicato come cogliere lo splendore nella catastrofe”.

Secondo l’astronomo inglese oggi un’estetica darwiniana stenta a farsi strada soprattutto perché “le arti devono ancora apprezzare tutta la potenzialità insita negli aspetti in comune e nelle regolarità – nei modelli – come fattori unificanti nell’interpretazione della creatività umana”. E’ d’accordo?

“E’ vero che oggi l’arte, quasi con gusto patologico, si occupa del disordine, mentre la scienza predilige lo studio dell’ordine. Ma i modelli del caos della fisica ci dicono che la scienza è già in grado di affrontare anche il problema del disordine e della complessità. La scienza ha fatto dei passi da gigante in questa direzione, soprattutto grazie alla tecnologia. Questo però non ci deve allontanare necessariamente dall’arte. E anzi ci deve spingere a ricercare quale sia il nesso tra conoscenza e bellezza. “La poesia è matematica e la matematica è poesia”, sosteneva Novalis. Sono i presidi universitari che tendono a distinguere tra facoltà umanistiche e scientifiche. Ma le grandi domande dotate di senso non ascoltano i presidi di facoltà. Come insegna Popper, i problemi attraversano le discipline. Il mio dissenso con Barrow forse va in favore di un maggiore ottimismo. Non sono del tutto d’accordo con l’idea secondo cui l’arte avrebbe trovato oggi la sua nicchia nel patologico, nell’irregolare. Il bisogno di regolarità è presente nell’architettura e nella musica, ad esempio”.

Ma non si corre il pericolo di togliere anima all’arte spiegandola, come vuole Barrow, attraverso la scienza?

“Le rispondo chiedendo aiuto al neurobiologo Jean-Pierre Changeux. Se noi spieghiamo, come fa Changeux nel libro Ragione e piacere (Raffaello Cortina Edizioni), l’origine del piacere con la ragione, non per questo distruggiamo il piacere. Dunque il timore è infondato ed appartiene forse a scienziati che fanno del loro lavoro un vanto esclusivo, o a poetastri che sognano la cancellazione della matematica dall’insegnamento a scuola. Sono errori speculari che appartengono ad un pensiero che si autodefinisce ‘pensiero debole’. Non sono d’accordo con questo tipo di filosofia. Secondo me, anzi, abbiamo bisogno di un pensiero forte, capace di confrontarsi sulle grandi domande cosmologiche”.

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