Categorie: Vita

L’uomo schiaccianoci preferiva l’erba

Niente noci per l’australopiteco “Schiaccianoci”. Parliamo del Paranthropus boisei, vissuto tra 2,3 e 1,2 milioni di anni fa in Africa orientale e noto, appunto, come “l’uomo schiaccianoci”. Il soprannome deriva dalla particolare morfologia cranio-dentale: le sue potenti mascelle e i grandi molari, molto più sviluppati che in qualunque altro austrolopiteco conosciuto, hanno indotto gli studiosi a ritenere che si nutrisse prevalentemente di vegetali duri, come tuberi, noci e semi. Questo almeno sino ad oggi. Lo studio pubblicato su Pnas (Proceedings of National Academy of Sciences), condotto da Thure Cerling e Kevin Uno, ricercatori dell’Università dello Utah, suggerisce infatti che la dieta del bosei fosse costituita per il 77% da erba.

I ricercatori hanno rimosso piccole quantità di smalto dai denti fossili di 22 diversi individui vissuti tra 1,9 e 1,4 milioni di anni fa; in ogni campione vi erano gli isotopi di carbonio che i denti avevano assorbito dagli alimenti assunti in vita. Dall’analisi di questi isotopi, è stato possibile risalire al tipo di fotosintesi delle piante ingerite: questo è risultato essere il percorso C4 (sviluppato dalle piante circa 25 milioni di anni fa e più adatto del C3, seguito per esempio da riso e grano, per assimilare carbonio alle temperature elevate); questo tipo di fotosintesi è utilizzato dalle erbe della savana e da alcune carici (piante erbacee di ambienti umidi). In poche parole, questi australopiteci si nutrivano della stessa erba da pascolo degli altri animali erbivori che vivevano a quel tempo: antenati delle zebre, facoceri e ippopotami. 

Alla luce di questi nuovi dati, è possibile e forse necessario ripensare la dieta del bosei e dei suoi “parenti”. “In passato ci si basava sulla dimensione e la forma dei denti e sull’analisi della loro usura – dice Cerling – ma i nostri risultati sono completamente diversi rispetto alle conclusioni di oltre 50 anni di ricerca. È ovvio che anche altre conclusioni su altre specie richiederanno una revisione. Si tratta di considerazioni importanti perché aiutano a comprendere le ragioni che hanno condotto questa specie all’estinzione: non è stata un’alimentazione schizzinosa, come finora supposto, ma è più probabile che alla base vi sia una difficile convivenza con Homo abilis, suo contemporaneo, sempre più esperto nell’uso della pietra.

Allo studio hanno partecipato anche tre scienziati del Museo Nazionale del Kenya – Emma Mbua, Francesco Kirera e Fredrick Manthi – Federico Grine della Stony Brook University, l’antropologo Matt Sponheimer dell’Università del Colorado, l’antropologo Meave Leakey, Stony Brook e il Turkana Institute di Nairobi.

Riferimenti: Pnas doi:10.1073/pnas.1104627108

Chiara Pagnotti

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