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Nella mente dei medici

di
Gianfranco Franchi

Jerome Groopman
Come pensano i dottori
Mondadori 2008, pp. 350, euro 17,00

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Jerome Groopman, professore di medicina presso la Harvard Medical School, direttore del dipartimento di medicina sperimentale al Beth Israel Deaconess Medical Center di Boston, collaboratore storico del “The New Yorker”, pubblica “How Doctors Think” (2007) con un duplice intento: migliorare la dialettica medico-paziente e sensibilizzare i suoi colleghi nei confronti di quella che giudica una lacuna storica del settore: l’assenza di studi sul pensiero clinico.  “I medici hanno un disperato bisogno che i pazienti, e anche i familiari e gli amici dei pazienti, li aiutino a pensare. Senza questo aiuto, sarà loro negato l’accesso a dei fattori chiave per l’individuazione del problema. Si tratta di una cosa che non ho imparato da medico, ma da paziente, quando sono stato malato” (p. 11).

L’opera, strutturata in dieci capitoli, analizza e demistifica le dinamiche e i meccanismi che inficiano una diagnosi: fondandosi sulla sua esperienza diretta, da medico e da paziente, e su una serie di interviste rilasciate dai suoi colleghi, Groopman insiste su un fattore cardine: “Ciò che diciamo a un dottore, e il modo in cui glielo diciamo, plasma il suo pensiero. E questo vale non solo per le risposte che gli diamo, ma anche per le domande che gli poniamo” (p. 96).

La medicina, ribadisce l’autore, non è una scienza esatta: diagnosi e cure possono essere sbagliate. Come se non bastasse, in questo periodo storico può capitare che l’aggressiva politica di certe aziende farmaceutiche influenzi negativamente le scelte dei medici, o che il contenimento dei costi imponga un diverso ed eccessivamente parsimonioso approccio nei confronti degli esami assegnati, o del periodo di degenza. Serve quindi diverso equilibrio; serve tornare a pensare a quali sono gli errori più comuni in sede diagnostica. Serve, infine, stabilire un dialogo diverso. Ci si rapporta con dei pazienti, non con dei clienti. Cittadini, non consumatori.

Se è vero, come afferma Groopman, che l’80 percento delle diagnosi sbagliate deriva da errori cognitivi con effetto a cascata – e che solo in quattro casi su cento ciò dipende da incompetenza del medico –, allora è fondamentale non solo mostrare consapevolezza e chiaro controllo delle proprie emozioni, ma anche mantenere freddezza per prendersi cura del paziente, perseverare nelle indagini, tenere sempre presenti diagnosi alternative rispetto a quella prescelta, valutando volta per volta il loro grado di attendibilità.

Il professore ammette che la tendenza è quella di simpatizzare nei confronti dei pazienti più sani e collaborativi, e che inconsciamente i medici hanno una sorta di rifiuto nei confronti dei casi più gravi, probabilmente per via della sensazione del possibile fallimento personale. Ma la frustrazione, ribadisce, non può inficiare la cura, né compromettere la fiducia nella possibilità di una guarigione.

L’antipatia, in generale, origina spesso diagnosi sbagliate: la ragione può essere, paradossalmente, che il medico interrompa il paziente mentre descrive i sintomi. Smettendo di ascoltare. L’auspicio di Groopman è che ogni dottore possa stabilire quella che chiama “temperatura emotiva ottimale” in ogni frangente, a partire dallo studio della storia clinica del paziente e dalla decisione degli esami e delle analisi da effettuare: badando agli errori di rappresentazione, in prima battuta; badando a non seguire un paradigma guida sbagliato, dubitando sempre delle proprie convinzioni. Libro da meditazione.

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