Parodontite e Alzheimer, quale legame?

parodontite

Avere una parodontite, ovvero un’infiammazione persistente alle gengive, potrebbe aumentare il rischio di Alzheimer. Colpa di un batterio, il Porphyromonas gingivalis, responsabile dell’infiammazione alla bocca, che una volta raggiunto il cervello potrebbe aprire la strada però anche allo sviluppo di alcune forme di demenza. A riaccendere la luce sul possibile legame tra la malattia e la salute gengivale è oggi una ricerca coordinata da Jan Potempa, ricercatore e docente della Scuola di dentistica dell’Università di Louisville. L’ autore ha appena presentato lo studio – qui l’abstract – al congresso 2019 Experimental Biology meeting, il più ampio incontro a livello globale sulla biologia sperimentale.

Dalla parodontite all’Alzheimer, il ruolo del batterio P.gengivalis

Il batterio al centro dello studio, P. gingivalis, è un inquilino della bocca. Solitamente si infiltra nelle gengive durante l’adolescenza e circa una persona su cinque, con meno di 30 anni, ha dei livelli bassi di questo batterio. In generale non è pericoloso, anche se può diventare responsabile della parodontite che a sua volta, se non trattata, può causare la perdita di uno o più denti. Ma non solo. P. gingivalis e altri batteri sembrano infatti essere coinvolti anche nello sviluppo dell’artrite reumatoide e di un particolare tipo di polmonite, ma non solo.

Che la salute della bocca sia collegata a quella del sistema nervoso è un tema su cui si discute da tempo. Dalla bocca, infatti, attraverso il semplice gesto di masticare, i batteri possono viaggiare e penetrare nel sangue, da cui arrivano ai vari distretti corporei. Uno studio pubblicato solo pochi mesi fa su Science Advances, per esempio, aveva dimostrato che in topi con un’infezione da P. gengivalis, il batterio può raggiungere il cervello. Qui la sua presenza contribuiva alla produzione della betamiloide, il principale componente delle placche amiloidi, che a loro volta sono il segno distintivo dell’Alzheimer.

I risultati di oggi

I ricercatori hanno approfondito la questione. E hanno confermato, nei topi, che il batterio che colpisce le gengive riesce a raggiungere il cervello, come hanno dimostrato l’analisi del DNA e la presenza di tossine prodotte dal microrganismo. Gli autori, inoltre, hanno comparato i tessuti cerebrali di alcune persone deceduti, con e senza Alzheimer. Da questa indagine hanno osservato che nelle persone che avevano la malattia la presenza del batterio P. gingivalis era più elevata.

L’importanza di una buona igiene orale

Soprattutto nei soggetti che hanno predisposizione genetica per demenze e Alzheimer, l’attenzione alla salute delle gengive potrebbe essere particolarmente importante, ricorda Potempa. Il modo migliore per prevenire la crescita fuori controllo del batterio P. gingivalis è quello di lavarsi i denti e passare il filo interdentale regolarmente, nonché recarsi dall’igienista dentale almeno una volta all’anno (qui un utile vademecum contro la parodontite). Anche l’abitudine al fumo e l’età rappresentano fattori di rischio per questo disturbo, insieme ai fattori genetici, anche se non è ben chiaro che ruolo possano giocare.

Nuovi farmaci per bloccare il batterio

Il passaggio del P. gingivalis dalla bocca al cervello però può però essere arrestato dall’azione di nuovi composti chimici, ancora in fase sperimentale. Si tratta di composti che interagiscono con le tossine prodotte dal batterio stesso e le bloccano. “Le principali tossine di P. gingivalis, cioè gli enzimi che il batterio produce e che sono necessari per esercitare i suoi compiti diabolici”, spiega infatti Potempa, “sono buoni bersagli per potenziali nuovi interventi medici diretti a contrastare diverse malattie”. L’elemento chiave di questo approccio è la proprio strategia mirata, che colpisce solo i batteri patogeni, risparmiando quelli buoni.

Riferimenti: 2019 Experimental Biology Meeting

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