Perché potremmo non trovare mai gli alieni

Le possibilità sono molto basse, spiega Claudio Grimaldi, lo scienziato che ha formulato un modello statistico che ridimensiona le nostre probabilità di rilevare un segnale proveniente da pianeti abitati da vita intelligente. Perché?

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L’esistenza di forme di vita intelligenti nella nostra galassia è una possibilità che ha ispirato grandi progetti di ricerca di vita aliena. Anche la recente scoperta di TRAPPIST-1, sistema solare adatto a ospitare la vita ha riacceso l’entusiasmo nella ricerca. Per esempio, per il progetto SETI (Search For Extraterrestrial Intelligence) Breakthrough Initiatives, che vuole essere il più grandioso e comprensivo esperimento per la ricerca di segnali di vita aliena provenienti dallo Spazio, sono stati recentemente investiti 100 milioni di dollari. Ma fino ad oggi non esistono evidenze sperimentali a supporto dell’esistenza di altre forme di vita nella nostra galassia, men che meno di vita intelligente e in grado di comunicare.

Anche se l’idea è affascinante e ha ispirato non solo gli scienziati, ma anche scrittori e registi negli ultimi decenni, un recente studio pubblicato su Scientific Reports ci dice che per quanto grande possa essere il numero di pianeti abitati da forme di vita intelligenti, la probabilità di captare un loro segnale potrebbe in realtà essere prossima allo zero. Così scrive Claudio Grimaldi, fisico italiano che lavora alla Scuola Politecnica Federale di Losanna, autore dello studio, che a Galileo spiega come è arrivato a questa conclusione.

Dottor Grimaldi, come mai vengono fatti investimenti così importanti per la ricerca di vita aliena se le nostre probabilità di trovarla sono così scarse?
“Si tratta soprattutto di un malinteso storico. Negli anni ’60 l’astronomo Frank Drake ha pubblicato una famosa equazione per stimare il numero di civiltà extraterrestri esistenti in grado di comunicare con noi. Da allora, la ricerca teorica si è focalizzata sul numero di pianeti che possono ospitare la vita più che sulle effettive possibilità che abbiamo di captare un loro segnale. Questo nostro lavoro vuole essere un cambio di paradigma che sposta l’attenzione dei ricercatori dal possibile numero di civiltà aliene alla copertura nella galassia dell’ipotetico segnale che queste civiltà potrebbero emettere”.

Quali sono i fattori che limitano la nostra capacità di rilevare la presenza di segnali provenienti dallo spazio?
I limiti di cui già Drake parlava sono ancora validi. Ad esempio, si possono fare delle stime che riguardano il numero di pianeti potenzialmente abitabili, sulla base della dimensione della loro stella e dalla loro distanza da questa, che deve permettere l’esistenza di acqua o altri fluidi allo stato liquido. Si può anche tenere in considerazione l’età di questi pianeti e dei sistemi solari di cui fanno parte, nonché il tempo necessario perché su un pianeta si formi la vita. Il modello statistico che proponiamo però non si occupa di queste stime, ma ci dice che, anche assumendo che questi pianeti esistano e ospitino vita intelligente in grado di comunicare con noi, le probabilità che questo segnale giunga fino alla Terra per essere rilevato potrebbero essere molto scarse. I fattori principali che rientrano nei nostri calcoli riguardano la posizione dei pianeti nella galassia rispetto alla Terra, la durata del segnale e il momento in cui è stato emesso”.

In cosa consistono questi calcoli e il modello che avete elaborato?
Si tratta di una serie di equazioni che ci permettono di calcolare la porzione della galassia che è coperta dagli ipotetici segnali provenienti da civiltà extraterrestri. Possiamo immaginarci il segnale come un guscio centrato sul pianeta emittente. Il guscio si espande nel tempo perché il segnale si propaga nello Spazio alla velocità della luce. La Terra potrebbe trovarsi nella zona coperta dal segnale nel momento in cui il guscio la raggiunge. Alcuni segnali però non possono essere captati perché hanno superato la Terra o non vi sono ancora arrivati, mentre altri ancora sono stati emessi da così lontano da risultare ‘illeggibili’. Ma oltre al fatto che la Terra dovrebbe trovarsi in una parte della galassia coperta da questi segnali, bisogna anche tenere conto del fatto che i nostri rilevatori dovrebbero essere puntati nella direzione giusta per riceverli. Anche volendo essere ottimisti e ipotizzare che ci siano il 50% delle probabilità che la Terra si trovi in una zona coperta dal segnale, secondo il nostro modello il numero medio di segnali che saremmo in grado si captare è minore di uno”.

Quali sono le implicazioni più profonde di questa scoperta?
Alcuni possono pensare che la nostra sia una visione pessimistica, ma io credo che si tratti di un modello molto più aderente alla realtà che aiuterà a indirizzare le future ricerche in ambito SETI. La potenza del modello sta nel fatto che sia valido indipendentemente dal numero di civiltà emittenti, dalla loro posizione nella galassia e dal tipo di segnale elettromagnetico inviato. Ciò non significa che captare un segnale sia impossibile, ma solo che sia molto più difficile di quello che credevamo. Un’interessante conseguenza di questa scoperta è che se un giorno riuscissimo davvero a ricevere un segnale, ciò significherebbe che il numero di civiltà extraterrestri intelligenti potrebbe essere davvero molto elevato”.

Riferimenti: Scientific Reports

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