La peste di Giustiniano come la Morte nera

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Dietro la peste di Giustiniano ci sarebbe lo stesso agente eziologico delle pandemie più recenti. E’ quanto dimostra uno studio, condotto da un team di ricercatori europei e americani e pubblicato su Plos Pathogens, che attraverso l’uso delle moderne tecniche di analisi del Dna antico ha permesso di individuare in alcuni denti umani rinvenuti in un sito sepolcrale in Baviera lo stesso agente patogeno responsabile delle altre grandi pestilenze della storia più recente. Si tratta infatti del microrganismo Yersinia pestis, il protagonista della famigerata Peste nera (o Morte Nera), che nel Trecento decimò un terzo della popolazione europea, e delle epidemie registrate nel Diciannovesimo e Ventesimo secolo in giro per il mondo.

Lo studio su resti del VI secolo

I 19 scheletri analizzati risalgono al VI secolo dopo Cristo, periodo che come raccontano i libri di storia vide affermarsi il Medioevo dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente nel 476, e durante il quale la cosiddetta peste di Giustiniano uccise decine di milioni di persone. L’identificazione del ceppo batterico e l’analisi dell’impronta genetica hanno confermato l’esistenza di un’eziologia per questa pestilenza comune con la Peste nera e le epidemie più recenti.

Peste di Giustiniano: un’epidemia arrivata dall’Asia

Le stesse tecniche di indagine hanno permesso di far risalire la Peste di Giustiniano all’Asia (come già documentato per le altre epidemie), la quale si diffuse in Germania attraversando le Alpi dopo aver flagellato Costantinopoli e risalito l’Italia e i Balcani. Il morbo si ripresentò poi anche nei due secoli successivi martoriando i territori dell’Impero e facilitando le incursioni degli invasori arabi e longobardi.

La malattia non è del tutto debellata ed è ancora presente in alcune aree rurali del pianeta. “Ci auguriamo di riuscire a ricostruire l’intero genoma del ceppo batterico rinvenuto nel sito bavarese in modo da ottenere importanti informazioni su questa malattia non ancora scomparsa”, afferma Holger Scholz, ricercatore del Bundeswehr Institute of Microbiology di Monaco, fra gli autori dello studio.

Riferimenti: Plos Pathogens doi:10.1371/journal.ppat.1003349

Credits immagine: Rocky Mountain Laboratories, NIAID, NIH via Wikipedia

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