Le polveri sottili aumentano il rischio di arresto cardiaco

polveri sottili

L’Italia è prima in Europa per morti dovute a polveri sottili PM2.5, secondo l’ultimo rapporto del Lancet, con più di 45mila casi in un anno. Un primato molto negativo, che conferma la pericolosità del particolato, in particolare di quello finissimo – ma in generale anche quello meno sottile, il PM10, è dannoso. Oggi una nuova ricerca internazionale ha trovato un legame fra le polveri sottili PM2.5 e il rischio di arresto cardiaco, un evento che in 9 casi su 10 è fatale. Anche una breve ma intensa esposizione al particolato può aumentare il rischio di un episodio di questo genere, soprattutto negli over 65. I risultati della ricerca, condotta dall’Università di Sidney, sono pubblicati su The Lancet Planetary Health.

Le polveri sottili PM2.5

Le PM2.5 sono particelle finissime, con un diametro uguale o più piccolo di 2,5 micrometri (µm). Basti pensare che hanno una dimensione pari a circa il 3% dello spessore di un capello umano. Per questo penetrano molto facilmente negli alveoli polmonari e possono rimanervi a lungo. Le fonti principali sono i gas di scarico dei veicoli a motore e gli incendi, come spiegano i ricercatori. Per questo, oltre ai gas delle automobili, fenomeni estesi e imponenti come gli incendi australiani possono avere un impatto molto rilevante a livello locale e non solo. Oggi più che mai è essenziale la lotta ai cambiamenti climatici, dato che incendi e riscaldamento globale sono collegati.

Polveri sottili e salute cardiaca

Le PM2.5 non fanno male solo ai polmoni e non sono legate soltanto al rischio di diversi tumori, ma è risaputo che sono nocive anche per il cuore. Tuttavia, il legame fra inquinamento e eventi cardiaci acuti, come un arresto cardiaco, non è ben definito. Per questo, gli autori hanno provato a fare chiarezza esaminando una importante mole di dati. In una vasta indagine statistica, infatti, hanno analizzato i dati di 250mila persone con un arresto cardiaco (avuto non in ospedale) e livelli di polveri sottili nell’aria.

Il rischio di attacco cardiaco può aumentare

Dallo studio emerge che per ogni crescita di 10 unità della concentrazione delle polveri PM2.5 (oggi il massimo è 25 micrometri per metro cubo – µm/m3) in una singola giornata, nella stessa giornata anche il rischio di arresto cardiaco per tutte le cause aumenta. E il suo aumento va dall’1 al 4%, rimanendo comunque mediamente più alto anche nei tre giorni successivi. Bisogna precisare che si tratta di una relazione statistica (non c’è un nesso causale) e che la stima dei ricercatori si riferisce al rischio di arresto cardiaco a breve termine, occorso appunto nello stesso giorno in cui veniva rilevato l’aumento di PM2.5. In generale, inoltre, le persone più suscettibili erano quelle con più di 65 anni.

Polveri sottili, abbassare i limiti

Inoltre, come spiegano gli scienziati, nel 90% degli arresti cardiaci la concentrazione di polveri sottili nell’aria era comunque entro i limiti di legge e che quasi tutti gli eventi (il 98%) si sono verificati in presenza di concentrazioni entro i 35 µm/m3. Per queste ragioni, secondo gli autori, la soglia di tolleranza delle PM2.5 dovrebbe essere abbassata – tema già da tempo avanzato anche da altri gruppi di ricerca.

Australia e polveri sottili PM2.5

In questa cornice, considerando che gli incendi sono una importante fonte di particolato, il caso dell’Australia salta agli occhi. Gli autori, che peraltro sono in parte australiani, sottolineano che nel “giorno australiano peggiore”, le concentrazioni sono arrivate anche a 500 µm/m3 . Il valore, toccato nella periferia di Richmond, supera di circa 20 volte i limiti consentiti. Un po’ come se invece di respirare le persone avessero fumato in continuazione per tutto il giorno.

Gli autori hanno provato anche a delineare uno scenario ipotetico del rischio per il cuore legato all’inquinamento. In tutta l’Australia ci sono mediamente circa 15mila arresti cardiaci l’anno e gli scienziati indicano che se in seguito agli incendi fosse stimato un aumento medio giornaliero stabile di 10 unità (35 µm/m3 invece che 25 µm/m3) statisticamente potrebbero esserci anche circa 600 casi di arresto cardiaco in più, di cui mediamente 540 fatali. Anche alla luce di questo agire per contenere gli effetti dei cambiamenti climatici, forieri di un maggior numero di incendi, è un dovere impellente.

Quanto fa male il diesel

Ricordiamo inoltre che il problema non sono solo gli eventi acuti e potenzialmente fatali, dato che l’inquinamento aumenta in generale il rischio di vari problemi cardiovascolari. Lo conferma un’altra ricerca, appena pubblicata sull’ European Journal of Preventive Cardiology, che ha misurato la pericolosità per il cuore dei fumi esausti del motore a gasolio, il diesel. Già dopo due ore di esposizione ad aria inquinata da questi fumi, i 40 partecipanti allo studio hanno riportato una frequenza cardiaca aumentata e un peggioramento di un parametro cardiaco legato alla normale dilatazione dei vasi sanguigni (vasodilatazione flusso-mediata). E gli effetti duravano fino a 24 ore dopo.

Riferimenti: The Lancet Planetary Health

1 commento

  1. Se fosse vero che i diesel fanno male in quanto rilascerebbero più pm 2,5 (soprattutto nella fase di rigenerazione) basterebbe in una strategia/visione a medio termine evitando odiose coercizioni (tipo blocchi) togliere le accise alla benzina perché la maggior parte degli automobilisti sarebbe ben contento al momento del cambio dell’auto preferire un motore a benzina che costa meno all’acquisto e alla manutenzione rispetto il diesel e spesso piace di più per la sua silenziosità. Poi conversione della caldaie a gas e stop ai roghi e al riscaldamento a pellet… almeno in città.

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