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Quando l’immunità va in tilt

di
Nicola Nosengo

Per cominciare, non hanno nulla a che fare con l’Aids. Gli esperti riuniti a Francoforte il 19 e 20 giugno per la prima Conferenza di Consenso Europa sulle immunodeficienze primarie si preoccupano per prima cosa, quando iniziano a parlare del loro campo di studi, di sgombrare il campo dal più comune malinteso su queste patologie. Le immunodeficienze primarie sono un complesso molto vasto di malattie genetiche in cui una o più mutazioni causano un malfunzionamento del sistema immunitario, esponendo a pericolose infezioni fin dai primi anni di vita; a volte compromettendo la qualità della vita, altre volte portando alla morte se la malattia non è curata adeguatamente. L’Organizzazione Mondiale della Sanità elenca oggi oltre 100 forme di immunodeficienza, e la famiglia si allarga man mano che le conoscenze genetiche aumentano. Solo nell’ultimo anno quattro nuove malattie si sono aggiunte alla lista. Tra le più note ci sono la malattia di Bruton, in cui un difetto del cromosoma X compromette la produzione di anticorpi; la Selective IgA Deficiency, in cui a mancare sono invece le immunoglobuline; e la SCID (Severe Combined Immune Deficiency), in cui a venire a mancare sono tanto i linfociti B quanto quelli T. Sono malattie rare, ma non rarissime. Nel loro complesso, le immunodeficienze primarie colpiscono più persone di leucemie e linfomi combinati. Riguardano probabilmente tra una persona su 250 e una su 500: quindi più del diabete di tipo I, che colpisce una persona su 600. Si stima che in Europa siano almeno 1,5 milioni le persone con una qualche forma di immunodeficienza, e circa 10 milioni nel mondo. La maggior parte possono essere diagnosticate con un semplice ed economico esame del sangue. Cionostante, la maggior parte dei casi (sicuramente più della metà, calcolano gli esperti, ma forse addirittura il 90 per cento) non vengono diagnosticati. Spesso le Pid si presentano infatti come semplici infezioni, e la conoscenza di queste malattie è troppo scarsa tra i medici di base o tra i pediatri ospedalieri, perché essi semplicemente pensino a una diagnosi di Pid di fronte a casi dubbi. Le immunodeficienze sono, hanno spiegato gli esperti riuniti a Francofort, cresciute “nell’ombra dell’Aids”. L’immunodeficienza acquisita causata dall’Hiv (una malattia quindi completamente diversa da queste, di origine genetica, anche se i sintomi finali possono somigliarsi) ha monopolizzato l’attenzione e le risorse nel settore dell’immunologia clinica negli ultimi venti anni, e queste sindromi, che proprio nello stesso periodo iniziavano a venire catalogate grazie ai progressi della genetica, hanno “perso il treno” dell’attenzione mediatica. Ora però qualcosa sta gradualmente cambiando, un po’ per gli sforzi degli esperti, un po’ perché queste malattie sono state negli ultimi anni un banco di prova per terapie innovative. Come spiega Fulvio Porta, responsabile del settore trapianti di midollo e oncoematologia degli Spedali di Brescia, che è stato il primo in Italia a utilizzare il trapianto di midollo osseo per curare un’immunodeficienza e ora sta sperimentando nuovi protocolli di terapia genica in questo settore. “Per loro natura, le immunodeficienze si posizionano all’incrocio di ematologia, genetica, immunologia e oncologia, e permettono di sperimentare terapie che poi trovano applicazioni in altri ambiti. Il fatto che molte siano dovute a singole mutazioni genetiche le hanno rese il modello privilegiato per la terapia genica, come mostra l’esperienza del gruppo del San Raffaele con la Scid” (la malattia per cui esiste l’unico protocollo attualmente approvato di terapia genica, ndr). Ma perché i pazienti abbiano accesso alle terapie, dalle più semplici (per molte immunodeficienze sono disponibili terapie farmacologiche, come il trattamento con gammaglobuline) alle più innovative (appunto trapianto del midollo osseo o terapia genica), è necessario che vengano individuati, cosa che al momento non avviene. Per questo gli esperti, anche in Italia, stanno promuovendo la preparazione di registri dei pazienti che permettano, tra le altre cose, lo screening e la diagnosi precoce sulle famiglie a rischio.

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