Rita Levi-Montalcini, “più artista che scienziata”

Cristiana Pulcinelli e Tina Simoniello

Rita Levi-Montalcini

L’Asino d’oro edizioni, 2014, pp. 136, 11.90 euro 

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Un’immagine insolita e frivola della “regina della scienza” viene presentata all’inizio della prima biografia di Rita Levi-Montalcini pubblicata dopo la sua morte, scritta da Cristiana Pulcinelli, giornalista scientifica, e Tina Simoniello, giornalista pubblicista esperta di scienza e biomedicina, per la collana Profilo di donna edita da L’Asino d’oro edizioni (Roma). Le prime pagine del saggio, incluso nella serie Scienza curata da Pietro Greco, descrivono infatti la scienziata mentre, alla vigilia della consegna del Nobel, si mostra entusiasta per l’abito che indosserà il 10 dicembre del 1986 durante la cerimonia di premiazione. “I vestiti sono un lato debole della mia personalità. Non ho mai tentato di camuffare gli anni: le rughe ci sono e non le nascondo. Ma mi è rimasta questa piccola forma di vanità”, sono le parole della Montalcini riportate dalle autrici.

Con un salto indietro nel tempo di circa settant’anni, il libro passa poi a raccontare l’infanzia della scienziata e il suo legame profondo con i familiari più stretti, che rappresenterà “una delle ragioni del suo ottimismo e del suo successo”. Ma fuori dal focolare domestico, protetto e “carico di affetto”, per Rita, donna ed ebrea a inizio Novecento, non sarà facile superare discriminazioni e pregiudizi. Ha infatti deciso che la vita da moglie e madre riservata alle donne del suo tempo non fa per lei. Studierà medicina, superando non solo le resistenze familiari ma anche quelle della storia: sono infatti già in vigore le leggi razziali quando si specializza in neuropatologia e psichiatria all’Università di Torino. Il precipitare degli eventi storici la costringe però ad abbandonare presto l’ambiente accademico, ma, come avverrà più volte nel corso della sua carriera, saprà risollevarsi. “Le leggi razziali si sono rivelate la mia fortuna”, racconterà infatti la Montalcini, “perché mi hanno obbligata a costruire un laboratorio in camera da letto dove ho cominciato le ricerche che mi hanno in seguito portato alla scoperta del fattore di crescita nervoso”. Dal quel momento in poi lavorerà senza sosta tra l’Italia e l’America, convinta che, come recita una citazione di Martin Luther King che campeggia nell’ufficio suo laboratorio romano, “se un uomo non ha scoperto qualcosa per cui vorrebbe morire, non è adatto a vivere”.

La narrazione della vita privata della scienziata si intreccia con quella delle ricerche sulla famosa proteina la cui scoperta le varrà il Nobel, insieme ad accenni alla teoria del neurone di Ramón y Cajal e ai progressi compiuti nel corso XX secolo sullo studio del sistema nervoso. Ma nella biografia di Rita Levi-Montalcini non c’è spazio solo per la scienza. Se è vero che, come lei stessa amava definirsi, era “una regina orgogliosamente senza re”, parenti, colleghi e amici sono stati una presenza costante nella sua vita. E poi c’è l’impegno politico e sociale, con un’attenzione particolare verso il sostegno all’educazione delle donne, dal momento che, era solita ripetere, “se educhi un uomo, educhi un uomo, se educhi una donna, educhi una famiglia”.

Oltre ad affrontare temi inerenti la storia e la scienza soprattutto italiane durante e dopo il secondo conflitto mondiale, come il problema ancora attuale dei pochi finanziamenti alla ricerca, le autrici riescono anche a far sorridere proponendo numerosi aneddoti sulla vita della scienziata, testimonianza degli aspetti meno conosciuti e più umani della Montalcini. Con uno stile chiaro e scorrevole viene così delineato il ritratto di una delle donne più influenti del Novecento, “più artista che scienziata”, come la definiva il collega e amico Pietro Calissano, dato che per Rita l’immaginazione contava più della conoscenza.

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