Rita Levi-Montalcini: scienziata, femminista, zia

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(Credit: audrey_sel via Wiipedia)
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(Credit: audrey_sel via Wiipedia)

“Se istruisci una donna, avrai una donna, una famiglia e una società istruita”. Così diceva Rita Levi-Montalcini, premio Nobel per la medicina nel 1986, e di cui oggi, 22 aprile, ricorre l’anniversario della nascita (anno 1909). Una vita al servizio della scienza e della ricerca, ma anche un grande impegno a favore dell’istruzione femminile, soprattutto in Africa. A lei sono dedicate mostre, dipinti, libri e molto altro. Accanto alla scienziata sempre impegnata e in giro per il mondo, però, c’è anche la Rita privata, la zia che aveva un rapporto speciale con quella nipote, Piera Levi-Montalcini, che l’ha sempre seguita e sostenuta. Ed è proprio lei, nota ingegnera, fondatrice di una azienda che si occupa di robotica e instancabile testimone dell’opera della sua celebre parente, che ci lascia un ritratto inconsueto.

Piera, sua zia Rita è stata una scienziata alla quale lei è sempre stata molto vicina. Ha mai condiviso con lei il proprio lavoro, magari mostrandole qualche ricerca a cui stava lavorando?
Un giorno ero andata a trovare la zia nel suo laboratorio, lei era come al solito di corsa tra un impegno e l’altro, ma cercò di farmi capire cosa fa una ricercatrice. Prese un embrione di pollo di un giorno, lo mise sotto il microscopio e me lo fece vedere, o meglio cercò di farmelo vedere. Poi prese con le sue esili mani due spilli, che aveva limato e forgiato a forma di bisturi e cominciò a operare l’embrione, e a ogni passo della sua operazione tentava di farmi vedere quanto stava facendo. Ero disperata. Tutto color tuorlo d’uovo. Fortunatamente arrivò una sua collega che vedendo la mia aria smarrita mi disse: ‘Non si preoccupi, l’unica a vedere quello che fa è Rita. Noi dobbiamo crederle sulla parola, dato che gli embrioni operati crescono senza ali!’ “.

Ha trasmesso anche a lei questa sua grande passione per la ricerca?
Il gusto per la ricerca e l’innovazione è insito nella maggior parte dei componenti della mia famiglia. Oltre a Rita, sia mio padre, noto architetto, sia sua sorella Paola, famosa pittrice, hanno speso la loro vita a elaborare, ciascuno nel proprio campo, forme diverse di espressione e mai si sono adagiati su una formula’, pure se foriera di notorietà. La ricerca, come le arti, ha bisogno di inventiva e intuizione seguite dalla pervicacia di voler verificare se l’intuizione avuta abbia riscontro nella realtà. Credo di aver ereditato dai miei antenati la curiosità e il desiderio di dare una spiegazione logica a tutto ciò che mi circonda. L’esperienza accumulata nel mio lavoro nel campo della robotica, mi ha fatto capire quanto complesso sia il nostro cervello. Scoprire i meccanismi che lo regolano e il suo funzionamento, mi affascina. Dovessi scegliere oggi quale strada imboccare nella vita, probabilmente non mi farei intimorire da ciò che mi ha trattenuta dal seguire le orme di zia Rita quando era il momento di scegliere la facoltà a cui iscrivermi”.

Del suo rapporto con la donna invece, ha qualche ricordo in particolare a cui ripensa con piacere?
Ricordo con un certo orgoglio il complimento che mi ha fatto in più di una occasione: Sei la migliore compagna di viaggio che io abbia mai avuto’. Avevo con lei un rapporto disteso e collaborativo. Poco tempo dopo che iniziai ad accompagnarla, la maculopatia le causò la perdita della vista, per cui in viaggio non poteva più lavorare come era solita fare. Così passavamo il tempo a parlare un po’ di tutto e a confrontarci sui temi più disparati. I più proficui erano i viaggi in aereo, in auto il rumore rendeva più difficile il colloquio. Tutti i viaggi fatti al suo fianco sono stati comunque momenti interessanti, istruttivi e indimenticabili. Quei momenti erano tutti per noi, la gente che la riconosceva non osava disturbarla o si limitava a un breve saluto. Raccontava di aneddoti famigliari, della conferenza che stava preparando o dello sviluppo della ricerca portata avanti dai suoi collaboratori. Affrontava problemi diversi saltando da uno all’altro con naturalezza, esprimendo sempre punti di vista innovativi. Non era una donna vincolata al passato e che si rammaricava di ciò che non era più, ma era sempre protesa a immaginare sviluppi futuri sia nel campo della ricerca, sia per quanto riguardava il sociale”.

Molto noto è anche l’impegno di Rita a favore dell’istruzione femminile, soprattutto in Africa. Impegno che continua ancora oggi grazie alla fondazione Levi-Montalcini. Come è nata la volontà di intraprendere questo cammino?
Ripeteva spesso che da giovane sarebbe voluta andare a curare i lebbrosi in Africa insieme a Albert Schweitzer. Penso quindi che la volontà sia nata dal suo desiderio di curare’ se non fisicamente, almeno moralmente le popolazioni più svantaggiate. La dimensione donna è frutto della consapevolezza che ancora in molte parti di questo mondo, si ritiene non sia necessario investire sul potenziale intellettivo delle bambine. Invece, come diceva zia Rita: ‘Se istruisci una donna, avrai una donna, una famiglia e una società istruita’”.

Molti pensano che continuare a sottolineare l’importante contributo che grandi donne come Rita hanno dato alla nostra società e alla scienza al fine di spronare le donne di oggi e di domani a credere in sé stesse, sia l’evidente segno che non è ancora così, e che purtroppo permangono pregiudizi di genere. Da ingegnera e fondatrice di una azienda, cosa pensa a riguardo?
Credo che sottolineare che sono esistite e che esistono grandi donne sia necessario per far capire alle altre donne che possono osare’. È vero che esistono ancora forme consolidate e striscianti per rimarcare la differenza di genere, ma è anche vero che molte donne si adagiano su questi preconcetti per non affrontare la vita con il gusto della conquista, esaltando una predisposizione, forse anche innata, a delegare ad altri le proprie responsabilità”.

Articolo prodotto in collaborazione con il Master SGP della Sapienza Università di Roma

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