Sars-CoV-2, il coronavirus non è mutato in forme più aggressive

coronavirus
(Credits: NIAID - CC via Flickr)

Soltanto dai primi di gennaio 2020, dal 9 gennaio precisamente, siamo a conoscenza dell’esistenza di un nuovo coronavirus, il Sars-Cov-2, inizialmente sconosciuto. Anche se la sua letalità risulta molto più bassa rispetto a quella della Sars, il coronavirus è più contagioso e si è propagato ampiamente. A fronte della sua vasta diffusione, i ricercatori, anche per trovare nuove terapie e vaccini, stanno provando a capire se e come il patogeno, che è un virus a rna, abbia subito o stia subendo delle mutazioni. Già perché nella sua replicazione subisce delle variazioni, anche piccole, che possono accumularsi ed essere più o meno significative. E ad oggi non risultano mutazioni rilevanti verso forme più aggressive e virulente. Ecco un punto nelle ultime ricerche su Covid-19.

Il virus è diverso nei vari continenti

Uno studio condotto da ricercatori italiani e statunitensi, fra cui un gruppo dell’Elettra Sincrotrone di Trieste, dell’università di Trieste e del Campus Bio-medico di Roma, ha analizzato quanto e come il nuovo coronavirus è cambiato nel tempo e nello spazio. La ricerca è in via di pubblicazione sul Journal of Translational Medicine e qui in preprint. Attraverso l’analisi di 200 sequenze genomiche complete, gli scienziati hanno individuato e caratterizzato otto mutazioni frequenti, che corrispondono a otto cambiamenti del virus (catene virali leggermente diverse) che sono presenti e distribuite in maniera differente in Cina, in Europa e nell’America settentrionale.

La chiave in un enzima

In particolare, i ricercatori hanno individuato la chiave di tutti questi cambiamenti nell’“enzima polimerasi Rna dipendente”, in cui ha avuto luogo la mutazione che ha reso differente il virus nei diversi continenti.

“Si tratta di un risultato importante – ha spiegato a Wired Massimo Ciccozzi, epidemiologo molecolare e direttore dell’Unità di statistica medica ed epidemiologia dell’università Campus Bio-Medico di Roma – per conoscere meglio il comportamento del virus e per trovare strade per lo sviluppo di un vaccino specifico e delle terapie più adeguate. Questo risultato ci dice ad esempio di non andare a colpire questo enzima, dato che si è rivelato mutevole”.

I cambiamenti potrebbero essere alla base di alcune diverse caratteristiche del virus nelle varie aree geografiche. “Questa mutazione potrebbe spiegare la rapidità e la maggiore moltiplicazione del virus nei pazienti colpiti in Europa e nel nord America rispetto all’Asia”, ha aggiunto Ciccozzi, che sottolinea che si tratta ancora di ipotesi “e la maggiore contagiosità”.

Ma i sottotipi virali fanno capo a un unico ceppo, quello in Cina

Un altro studio, condotto da un gruppo del Cnr – dall’Istituto Ibiom del Cnr –insieme all’università di Bari e alla Statale di Milano, mette in luce (e conferma) che coesistono otto sottotipi del virus, diffusi in diverse regioni geografiche. L’analisi, pubblicata su bioRxiv, ha incluso i dati 1.100 genomi di Sars-Cov-2 dalla Cina, dall’Europa e dal nord America. In particolare, tre di questi otto sottotipi rappresentano il 70% dei casi di Covid-19, anche se la loro diffusione è diversa in Cina, Europa e Nord America. Ma dallo studio emerge anche qualcos’altro: questi sottotipi, stando alle conclusioni, farebbero tutti capo allo stesso ceppo virale in Cina, quello originario, che sarebbe il loro predecessore comune.

Il ceppo virale non sta subendo un’evoluzione

Per questo, spiegano gli autori non sarebbe in atto, almeno stando ai dati disponibili, un processo di evoluzione del ceppo virale verso una forma più aggressiva. Questo elemento è dovuto al fatto che le differenze fra i sottotipi non riguardano parti chiave del genoma – o meglio non intaccano regioni dell’rna alla base della produzione delle proteine (ma in regioni non codificanti).“Tutti i sottotipi virali, definiti sulla base del confronto delle sequenze del genoma, sembrano avere una comune origine in Cina, anche se provenienti da focolai distinti”, ha spiegato Graziano Pesole, ricercatore del Cnr-Ibiom e docente dell’università di Bari, che ha coordinato lo studio. “Benché ciascun ceppo presenti una sequenza genomica caratteristica, il numero limitato delle variazioni osservate e il fatto che queste sono concentrate in regioni non codificanti proteine, suggeriscono che le differenze tra i diversi genomi non evidenziano un processo di evoluzione del ceppo virale, e che quindi non risultano responsabili dell’origine di un ceppo virale mutato e potenzialmente più virulento”.

Coronavirus, i primi pazienti in Italia

Un altro tema discusso riguarda la ricerca del paziente zero in Italia e in Europa, e in questo di nuovo lo studio dei genomi e di come cambia il coronavirus può essere d’aiuto. Una ricerca di scienziati dell’università di Cambridge, insieme a altri enti di ricerca tedeschi e inglesi, ha ricostruito tramite un algoritmo matematico il network filogenetico, una sorta di albero genealogico del Sars-Cov-2, a livello globale e con particolare attenzione all’Europa. I risultati sono pubblicati su Pnas. La ricerca sembra confermare l’origine italiana del primo caso in Messico, come anche che il nuovo coronavirus in Italia sia arrivato da un caso tedesco riportato il 27 gennaio, mentre un secondo focolaio, sempre in Italia, sarebbe legato a un cluster di Singapore.

Via: Wired.it

Leggi anche su Galileo: Covid-19, l’estate rallenterà la diffusione delle infezioni?

Credits immagine di copertina: NIAID – CC via Flickr