La scienza sul balcone: nuovi metodi per misurare l’inquinamento luminoso

inquinamento luminoso
(Foto: Rodion Kutsaev on Unsplash)

di Luigi Pio D’Errico

Si chiama “luce intrusiva”. E’ quella generata dagli impianti di illuminazione esterna (in strada, nei luoghi di lavoro o di intrattenimento all’aperto) e che filtra – non desiderata – nelle abitazioni o negli uffici. Soprattutto nelle ore del riposo e del sonno: diversi studi dimostrano che la luce durante la notte interferisce negativamente sui ritmi sonno/veglia delle persone. Ma quanta ne arriva effettivamente nelle nostre case? E come fare a misurarla? Lo spiega Luca Perri, astrofisico e divulgatore scientifico, tra gli ideatori di #scienzasulbalcone, un esperimento di citizen science.

Perri, da dove nasce l’idea di questo progetto?

“L’esperimento è il frutto di una collaborazione con Alessandro Farini dell’Istituto nazionale di Ottica del CNR e Luca Balletti dell’Ufficio di Comunicazione del CNR. E’ nato un po’ per gioco, e un po’ per rispondere a delle fake news relative a presunte foto scattate da un fantomatico satellite dell’Italia unita ‘idealmente’ contro la pandemia da Sars-CoV-2. In soli due giorni, grazie anche agli interventi di Enti come il CNR e media partner quali Rai e radio nazionali abbiamo portato l’iniziativa ad una fetta importante del grande pubblico”.

In cosa consisteva l’esperimento?

“Ai partecipanti (volontari naturalmente) veniva chiesto di scaricare una app gratuita, già disponibile sia per Android che per iOS, sul loro smartphone per misurare la luminosità notturna dell’ambiente in cui vivono, e di inviare i dati al nostro database tramite una scheda da riempire. La seconda misurazione, che si è chiusa il 15 aprile, chiedeva anche di tarare tramite una procedura il proprio smartphone”.

Che tipo di partecipazione avete registrato?

“Questo è uno degli aspetti che ci ha sorpreso di più fra tutti. Abbiamo avuto una partecipazione attiva da circa 5500 famiglie sparse in tutte le 107 province italiane, ricevendo un totale di 7247 schede compilate solo con la prima tornata di misure. 1600 tarature sono invece arrivate con la seconda misurazione. Questa corposa partecipazione ci ha sorpreso soprattutto in funzione dell’impegno che richiedeva la taratura, la misurazione, il fatto di riportare i dati su una scheda e successivamente di inviarla a noi. In più siamo stati felici di ricevere domande anche abbastanza tecniche da persone che hanno deciso di informarsi e saperne di più sul mondo della scienza e su questo tipo di esperimenti”.

Quali risultati avete ottenuto?

“I risultati relativi alla luce intrusiva sono stati per certi versi in linea con quanto ci aspettavamo. Più ci si allontana dal centro città/centro del paese per spostarsi in periferia prima e in campagna poi, più la quantità di luce diminuisce. Quello che, invece, ci ha lasciato davvero a bocca aperta riguarda i numeri di queste misurazioni. I valori sono stati decisamente troppo alti. Mediamente, in città si raggiungono circa gli 8.2 lux. Un numero che, di per sé, potrebbe non dirci nulla se non fosse per il fatto che rappresenta il quantitativo di illuminamento che darebbero 27 lune piene tutte assieme. Questi dati da un lato mostrano quanto l’inquinamento luminoso sia presente sul nostro territorio, dall’altro ci danno un’idea di quanto sia eccessivamente alta la spesa per l’illuminazione pubblica nel nostro Paese”.

Come proseguirà la vostra attività di citizen science?

“Abbiamo in programma una fase estiva di sperimentazione, con misure diverse e migliorando alcuni aspetti che, inevitabilmente, nelle fasi iniziali non potevano essere perfetti. Nella scienza si può sempre migliorare!”

Articolo prodotto in collaborazione con il master Sgp della Sapienza Università di Roma

Credits immagine: Rodion Kutsaev on Unsplash